Quello che (non) sappiamo sulla Bielorussia - L'Ultima Dittatura in Europa

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"Ci stiamo congedando dall'epoca sovietica. Che è come dire: dalla nostra stessa vita."

Svjatlana Aleksievič, (Incipit di “Tempo di Seconda Mano“, 2013)

Emblema Nazionale della Repubblica di Bielorussia

Eccoci di nuovo qui, per cercare di capire l'evoluzione storica della Bielorussia, dalla sua indipendenza nel 1991, fino a quanto sta accadendo negli ultimi mesi: per farlo è impossibile non mettere in parallelo il cammino del Paese con la figura del suo presidente : Alexander Grigoryevich Lukashenko.

Le prime elezioni presidenziali libere si sono svolte in Bielorussia il 23 giugno 1994, con un secondo turno di scrutinio il 10 luglio: ed hanno visto la vittoria di Lukashenko, contro il presidente uscente Vyacheslav Kebich, con una soglia di preferenze superiore all'80%.

Ma chi era stao Lukashenko fino ad allora?

Classe 1954, la sua carriera prima come soldato e poi come membro del PCUS non fu diversa da quella dei tanti Apparatiki che formavano la spina dorsale della burocrazia sovietica. Le cose cambiano nel 1990, quando per la prima volta viene eletto Deputato al Soviet Supremo di Bielorussia: da quella carica all'interno della nuova amministrazione, ora de facto ndipendente, egli, attraverso la sua eloquente retorica populista anticorruzione, riuscì a guadagnarsi una posizione ad interim come Presidente della Commissione anticorruzione del Parlamento Bielorusso.

Da quella posizione, cominciò ad accusare 70 ufficiali governativi di alto rango e molti altri funzionari, tra cui il presidente Stanislav Shushkevich e il Capo del Soviet supremo Vyacheslav Kebich di appropriazione indebita di fondi statali per uso personale: nonostante le accuse si rivelarono completamente infondate, Shushkevich si dimise per l'imbarazzo, lasciando Kebich a confrontarsi con lo stesso Lukashenko, che a quel punto non aveva più altri veri avversari nella sua ascesa al potere.

"Quello che è successo oggi è stato una sensazione solo per coloro che si sono rifiutati di affrontare la verità sul nostro paese [...] I poveri e gli indigenti per la prima volta hanno avuto la possibilità di eleggere qualcuno come loro a questo posto supremo, il popolo ha parlato" dichiarò Lukashenko dopo la sua vittoria. Dopo la separazione dall'Unione Sovietica, la Bielorussia era infatti in uno stato di collasso economico e sociale: sebbene Lukashenko non avesse alcun tipo di programma di riforma economica o profonda dello Stato, riuscì a vincere cavalcando la rabbia crescente contro i "politici" all'interno del paese.

Come spesso accade in questi casi, non ci volle molto perché il nuovo presidente rivelasse il suo vero volto: due referendum, svoltisi nel 1995 e nel 1996, gli diedero il potere di sciogliere il Parlamento per decreto, e, dopo la crisi economica del 1998, che frantumò l'economia della Federazione Russa cosi come quella bielorussa, visto lo stretto legame tra i due paesi, Lukashenko ne approfittò per estendere il suo potere alla Banca Centrale della Bielorussia, che fu nazionalizzata e posta sotto il diretto controllo dei suoi lealisti, accusando i Paesi Occidentali di aver escogitato un complotto per sabotare il suo governo e quello della Russia.

Aleksandr Lukashenko con Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa, dopo che il primo era appena stato rieletto Presidente della Bielorussia, Maggio 2002

Dopo essere stato riconfermato per un secondo mandato alle elezioni del 2001, anche grazie alle concessioni fatte alla Federazione Russa di Vladimir Putin (anch'egli eletto, nel 2000, per acclamazione popolare, come barriera contro il terrorismo ceceno e la corruzione dell'amministrazione di Boris Eltsin, che si era dimesso il 31 dicembre 1999), dando di fatto ai russi il controllo sullo strategico oleodotto "Yamal - Europa".

Il crescente isolamento dal resto d'Europa e la sempre maggiore dipendenza dalla Russia portarono il regime di Lukashenko a reagire ferocemente contro l'opposizione interna, che nel frattempo aveva cominciato a crescere sempre di più. Ovviamente all'interno del Paese il consenso per il presidente esisteva ed esiste ancora: la sua mossa più appropriata in tal senso, almeno in un primo tempo, è stata quella di evitare il passaggio diretto all'economia di mercato (come accadde in Russia durante la presidenza Eltsin) e, negli anni, mantenere intatto il “welfare state bielorusso”, cioè un misto di clientelismo e manovre finalizzate a comprare il consenso di alcune parti dell'elettorato.

In preparazione alla tornata elettorale del 2006, vari gruppi politici hanno iniziato a organizzare proteste di vario genere, come “La Giornata della Solidarietà con la Bielorussia”, svoltasi il 16 ottobre 2005 da un'idea della giornalista Irina Chalip e di altre organizzazioni pro-democratiche, come "We Remember" ed il movimento giovanile "Zubr": gli organizzatori volevano che il resto del mondo si solidarizzasse "con i prigionieri politici bielorussi, le persone scomparse Jury Zacharanka, Viktar Hančar, Anatol Krasoŭski e Dźmitry Zavadski, le loro famiglie e altri sostenitori della transizione alla democrazia rappresentativa e all'economia di mercato in Bielorussia."

“Spegniamo tutti insieme la luce nei nostri appartamenti per diversi minuti la sera del 16 ottobre e mettiamo candele accese alle finestre. Dovremmo immaginare una Bielorussia in cui potremmo vivere. Forse tutto deve iniziare da questo. Città buie, finestre buie, dove si vedono solo le ombre di candele accese: questo potrebbe diventare uno specchio per farci vedere che siamo davvero tanti!" (Irina Chalip)

Quando nel 2006 i diversi partiti trovarono un solo candidato, Aleksander Milinkevich, da presentare contro Lukashenko alle elezioni presidenziali, lui non la prese molto bene ed affermò che "a chiunque avesse partecipato alle proteste dell'opposizione, avrebbe torto il collo 'come si fa con le anatre'“. Paura e violenza diedero a Lukashenko la possibilità di “trionfare” ancora una volta alle elezioni con l'80% dei voti, nonostante l'opposizione fosse al massimo del suo potenziale e fosse riuscita a portare avanti le proteste per diversi giorni in tutto il Paese. Come spiega il rapporto OCSE:

Poster del documentario del 2006 “Lekcja białoruskiego"(Una lezione di Bielorusso) del regista polacco Miroslaw Dembinski, che descrive le violenze avvenute durante le proteste del 2005-2006

[Lukashenko] "Ha permesso che l'autorità dello Stato fosse usata in modo da non permettere ai cittadini di esprimere liberamente ed equamente la loro volontà alle urne ... un modello di intimidazione e soppressione delle voci indipendenti ... era evidente durante tutta la campagna".

Con le elezioni parlamentari del Settembre 2008, la violenza fù sostituita da un deliberato “intralcio burocratico” ai membri dei partiti di opposizione (altra “idea” suggerita probabilmente da Mosca), in modo che non potessero ottenere nessuno dei 110 seggi del Parlamento, trovandosi così tagliati fuori dalla vita politica del Paese: il commento di Lukashenko è stato, come al solito, che l'opposizione era eterodiretta dall'estero, e che era quindi giusto restasse fuori dalle istituzioni.

“L'Occidente cerca il dialogo con Lukashenko, ma è inaffidabile. Flirta con l'Europa solo quando vuole intimidire e ricattare Putin per estorcergli denaro. Ed è assolutamente incapace di guardare all'Occidente. Se qualcuno lo farà, sarà un leader più giovane, ma temo che non ci sarà alcun cambio della guardia incruento in Bielorussia".

(da un'intervista di Rosalba Castelletti al Premio Nobel Svjatlana Aleksievič, apparsa sul quotidiano “La Repubblica” il 26 marzo 2016)

Il quarto (2010-2015) ed il quinto (2015-2020) mandato presidenziale di Lukashenko furono egualmente forieri di violenza, intimidazione e "trucchi elettorali". Nel 2010, due candidati dell'opposizione vennero duramente picchiati dalla polizia e, dopo le proteste davanti al Parlamento, molti altri furono incarcerati per far in modo che non si presentassero alle elezioni: Andrei Sannikov, Alexander Otroschenkov, Ales Michalevic, Mikola Statkevich e Uladzimir Nyaklyayew. La giornalista Irina Chalip, fù posta agli arresti domiciliari. Anche il leader del partito di Yaraslau Ramanchuk, Anatoly Lebedko, venne arrestato. Nonostante il successivo rilascio dei prigionieri politici, le elezioni per il quinto mandato di Lukashenko seguirono sostanzialmente lo stesso percorso.

Le Forze di Polizia Speciali (OMON) circondano i manifestanti a Minsk nel 2006. Oltre 40.000 hanno marciato contro i Palazzi del Governo bielorusso, gridando "Fuori!" e "Lunga vita alla Bielorussia!"

Ma qualcosa era cambiato in quegli anni.

La situazione internazionale non era più la stessa che aveva caratterizzato il primo decennio del 2000: i problemi interni della Russia si riverberavano sulla Bielorussia, e così Lukashenko cercò di avvicinarsi ai Paesi Occidentali, in particolare all'Unione Europea, una manovra che oltre a fallire nei suoi scopi, suscitò il ire del Cremlino, che cominciò a esercitare pressioni sempre maggiori sulla Bielorussia e sul suo presidente, attraverso quello che ora viene chiamato "Soft Power", e che in russo si traduce come "Minacce Velate" o "Pugnalate alle Spalle". In secondo luogo, la Rivoluzione delle Rose in Georgia nel 2003 e la Rivoluzione Arancione in Ucraina nel 2004 avevano dimostrato (con successivi destini alternati, ma questa è un'altra storia) che nessuno era "intoccabile", come a diversi "Presidenti a Vita" stabilitisi al potere in vari paesi post-sovietici piaceva pensare.

I vecchi slogan fanno più presa, soprattutto nelle grandi città (ma ancora molto nelle campagne); chi doveva scacciare i corrotti e gli oppressori era diventato a sua volta oppressore e corrotto; la decisione di mantenere un'economia modellata sul precedente modello sovietico si era rivelata una trappola che aveva bloccato lo sviluppo del Paese; gli alleati storici non potevano più sopportare Lukashenko, e trovarne di nuovi mantenendo invariato il regime era impossibile.

Come altri leader post-sovietici prima e dopo di lui, Lukashenko si era fatto strada verso il potere attraverso la rabbia e il risentimento, ed ha intrappolato se stesso ed i suoi cittadini in un paese "Fuori dal Tempo", finché la Storia non ha iniziato a muoversi contro di lui. Questo ovviamente non vuol dire che il suo regime sia necessariamente giunto al termine, ma che ci sono le condizioni per un cambiamento ai vertici. La domanda che potremmo porci è se tutto questo sarà positivo: ricordiamo che Lukashenko stesso è salito al potere. promettendo di cacciare i corrotti e porre fine agli abusi delle autorità.

Arriviamo così ai giorni nostri, e ai mesi appena trascorsi, in cui Lukashenko è stato riconfermato per un sesto mandato nel solito modo. Questa volta, però, le cose sono andate molto più storte di quanto previsto, ma ne parleremo nell'articolo finale.

Quindi grazie per la vostra attenzione e alla prossima volta.

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