Cosa sappiamo (adesso) della Bielorussia - Le Ombre del Passato

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È sbagliato fare un parallelo tra quanto sta accadendo ed i fatti di Kiev. In Ucraina la gente ha combattuto per l'indipendenza. Il sentimento antirusso è stato il fattore scatenante della Rivoluzione Arancione del 2004 e della rivolta di Majdan del 2014. Questa protesta ha un aspetto totalmente diverso, puramente materiale. È una rivolta del pane. L'idea di libertà e indipendenza in Bielorussia non è così forte come in Ucraina.

(da un'intervista di Rosalba Castelletti al Premio Nobel Svjatlana Aleksievič, apparsa sul quotidiano “La Repubblica” il 26 marzo 2016)

Un poster mostra i simboli della campagna dell'opposizione unita del 2020 in Bielorussia:(«amiamo, possiamo, vinceremo»). La parola "Вместе" significa "Insieme" Crediti: Wikimedia Commons

Bentornati, Amici miei

Questo sarà il terzo e ultimo articolo riguardante la Bielorussia, non che smetteremo di occuparcene del tutto, ma qui vorrei concludere il percorso storico che ci ha portato ai giorni nostri e aggiungere alcune riflessioni forse da sviluppare più ampiamente in articoli specifici: come avrete capito, quando si parla dei paesi dell'ex Blocco Sovietico, niente è così semplice come appare dall'esterno.

Nell'articolo precedente abbiamo descritto l'ascesa al potere di Lukashenko e come ha governato senza troppi problemi fino al 2010, anno in cui ha cominciato a manifestarsi un movimento di opposizione sempre più forte, ma che egli è sempre riuscito a reprimere, sia attraverso sporchi (e violenti) metodi, ma anche grazie al consenso del quale ha continuato a godere presso una certa parte della popolazione.

Dunque cosa è cambiato questa volta?

La risposta a questa domanda ha ovviamente molteplici sfaccettature, ma possiamo facilmente partire da quella più immediatamente evidente: la disastrosa gestione della pandemia da SARS-COV2. Il 16 marzo, mentre il virus si era diffuso in mezzo mondo, Lukashenko, intervistato dal Moscow Times, ha minimizzato il potenziale pericolo rappresentato dalla diffusione del virus e ha incoraggiato la popolazione a “guidare trattori e lavorare nei campi […] i trattori guariscono tutto, il lavoro nei campi guarisce di tutto“(!), asserendo che giocare a Hokey è “migliore della terapia antivirale” e proponendo di “avvelenare“ il virus con Vodka e Saune.

Ad oggi, le stime ufficiali danno 77.289 infetti e 813 morti, ma, come abbiamo già detto, il Governo bielorusso non è molto avvezzo alla trasparenza, anzi, il 22 luglio, il presidente della Commissione Elettorale Centrale della Bielorussia, Lidia Yermoshina, ha annunciato una forte limitazione al numero di osservatori elettorali per motivi epidemiologici (di un'epidemia che, secondo il suo governo, non esiste).

Il regime non ha avuto remore a usare la pandemia come scusa per aumentare il proprio controllo sulla popolazione: Sergey Lazar, capo del Vitbesk Clinical Emergency Hospital è stato rimosso il 30 aprile, poco dopo aver criticato pubblicamente il governo per le scarse contromisure contro la pandemia e la mancanza di materiale medico protettivo adeguato per i medici. Il 25 marzo precedente, il caporedattore del quotidiano online Yezhednevhik era stato arrestato con l'accusa di aver preso tangenti, tre giorni dopo un articolo che criticava aspramente il governo bielorusso e la sua reazione alla diffusione del virus. L'11 maggio, due giovani attivisti del Blocco giovanile (Молодёжный Блок) sono stati condannati rispettivamente a 13 e 5 giorni di detenzione amministrativa per aver partecipato alle proteste che chiedevano l'annullamento della parata del Giorno della Vittoria il 9 maggio, per evitare che il contagio si diffondesse all'interno del gigantesco raduno.

Youth Bloc activists marching with a coffin alongside the military column during the 9 May Victory Day Parade rehearsal.

Quando finiscono i soldi, salta fuori il Patriottismo

(Anonimo, riportato in "Tempo di Seconda Mano" di Svjatlana Aleksievič)

"E quando il Patriottismo finisce, vengono fuori i reparti antisommossa", potrei aggiungere. Come abbiamo affermato in precedenza, il regime di Lukashenko è sopravvissuto per 26 anni grazie a tre fattori: il mantenimento di una forte rete di "stato sociale" (ma nella versione sovietica, non pensare a qualcosa come la socialdemocrazia), il forte legame con l'ideologia e la simbologia dell'URSS e, infine, un apparato di sicurezza interna forte, fedele ed efficiente.

Ma se possiamo imparare qualcosa dalla storia della Bielorussa, è che è impossibile, per quanto ci si sforzi, mantenere un paese "Fuori dal Tempo" in questo modo.

Lo stato sociale bielorusso ha iniziato a collassare già nel 2015, quando il governo è stato costretto a ridurre i sussidi e a tassare i disoccupati - definiti come "parassiti sociali" (!), rendendo il regime molto meno popolare sotto questo aspetto; Il Patriottismo, nell'immagine dura e pura del Presidente, ha cominciato a vacillare quando lui stesso ha cercato di attuare quello che viene chiamato "multivettorialismo" in politica estera (o mettere il piede in due scarpe): la visita, il 26 febbraio, del Segretario di Stato Americano Mike Pompeo non deve essere piaciuta a coloro che sono stati educati a credere che l'Occidente stia costantemente cospirando per distruggere il loro paese. Lo stesso motivo è alla base del rifiuto di Lukashenko di quasi tutti gli aiuti economici dall'estero, che prevedevano clausole come misure di lockdown e di limitazione del contagio (cosa che avrebbero costretto il governo a "fare marcia indietro" sulle sue precedenti dichiarazioni). Cosa resta allora?

Un manifestante tiene in mano una vecchia bandiera nazionale Bielorussa mentre si trova di fronte alla linea di polizia durante una manifestazione dopo le elezioni presidenziali bielorusse a Minsk, la capitale, domenica 9 agosto 2020. Polizia e manifestanti si sono scontrati nella capitale della Bielorussia e nella grande città di Brest domenica dopo le elezioni presidenziali in cui il leader autoritario che ha governato per un quarto di secolo ha cercato un sesto mandato. (AP Photo / Sergei Grits)

Esatto: i reparti dell'Apparato di Sicurezza (OMON - Отряд Мобильный Особого Назначения, Unità Mobile Speciale della Polizia), entrati in azione subito dopo la dichiarazione della vittoria di Lukashenko (e anche prima, con l'incarcerazione e l'intimidazione dei membri dell'opposizione, questa volta decisamente più convinti di una possibile vittoria, o comunque di poter portare Lukashenko al tavolo delle trattative, senza essere del tutto ignorati), che hanno arrestato più di 3000 persone in tutto il paese e ci hanno fatto assistere alle varie brutalità di cui sono capaci contro i manifestanti disarmati.

Sviatlana Tsikhanouskaya in una manifestazione a Vitebsk il 24 luglio 2020

La candidata unitaria dell'opposizione Svetlana Tikhanovskaya, che ha assunto la guida del fronte antigovernativo dopo l'arresto del marito, il popolare youtuber e attivista Sergei Tikhanovsky, è stata costretta, dopo diverse minacce dirette contro di lei e la sua famiglia, a riparare in Lituania, e da lì in Polonia.

Da lì, l'attivista bielorussa ha chiesto, ed ottenuto, che la sua vittoria alle elezioni fosse riconosciuta dai paesi dell'Unione Europea, che, sotto la pressione del Parlamento Lituano, hanno risposto alle violenze di Lukashenko imponendo sanzioni economiche alla Bielorussia e riconoscendo la Tsikhanouskaya "come leader eletto del popolo bielorusso" ed il "Consiglio di Coordinamento per la Transizione del Potere" recentemente istituito come "unici rappresentanti legittimi del popolo bielorusso". La risoluzione dichiara inoltre che Lukashenko è un "leader illegittimo".

Dall'altro lato, è tornata invece a farsi sentire la presenza della Russia di Vladimir Putin, che, pur non avendo molta simpatia per Lukashenko, deve cercare di trarre il meglio da una brutta situazione per preservare i suoi interessi strategici nell'area: il Cremlino osserva pazientemente l'evoluzione della situazione, e per il momento si è limitato a riconoscere la vittoria al Presidente uscente, con qualche vaga promessa di aiuto in caso di “violenza eccessiva”, ma niente di più.

E dunque, cosa dobbiamo aspettarci da ora in poi?

Lukashenko è ancora al suo posto, nonostante le proteste nel Paese che vanno avanti ormai da 7 settimane e non accennano a fermarsi. Il Consiglio di Coordinamento, da Varsavia, ha avviato “le procedure per un trasferimento pacifico dei poteri”, ma a differenza del governo bielorusso in carica, non ha mezzi per garantire che ciò avvenga (cioè non ha Forze Armate), mentre nel paese la repressione continua con un livello sempre crescente di violenze e abusi contro i manifestanti.

La situazione di fatto in stallo: Lukashenko non sembra intenzionato a fuggire come Yanukovich (anche perché non è certo che ci sia qualcuno disposto ad accoglierlo, nemmeno a Mosca), ma quanto tempo saprà resistere in questa tempesta? Quanto tempo passerà prima che non sia più in grado di assicurarsi la lealtà dell'Apparato di Sicurezza?

D'altronde il “Governo in esilio” non ha nessuno che sia in grado di forzare la mano per aiutarlo nel “passaggio istituzionale” con qualcosa in più che parole: non gli Stati Uniti, non certo l'Unione Europea. Come ha giustamente affermato il premio Nobel per la Letteratura Svyatlana Aleksevic “questa non è Majdan”: la Bielorussia non ha interesse a guardare all'Occidente, anzi, anche il leader dell'opposizione Tsikhanouskaya ha rassicurato sul mantenimento di buoni rapporti con Mosca, anche dopo l'eventuale caduta di Lukashenko.

Ovviamente, anche uno scenario simile a quello dell'annessione della Crimea, come ipotizzato da alcuni, è impensabile: l'establishment russo non ha intenzione di farsi coinvolgere in una guerra che di fatto non porterebbe loro altro che una maggiore “cattiva reputazione” ed altro isolamento internazionale .

Vladimir Putin a colloquio con Alexander Lukashenko a Sochi, venuto in Russia in visita di lavoro. 7 Febbraio 2020 Foto: kremlin.ru

Tuttavia, c'è la possibilità che “IL Convitato di Pietra” rappresentato dalla Russia possa essere proprio quel fattore che sbloccherà la situazione: se Vladimir Putin ed i suoi colleghi trovassero un modo per placare le proteste salvando la maggior parte di ciò che resta del trentennale sistema bielorusso, Lukashenko dovrà smetterla con i suoi tentativi di “multilateralismo” e diventerà de facto un burattino nelle mani di Mosca; se invece i russi decidessero di dare una “piccola spinta” al regime e aiutare il Consiglio di Coordinamento, potrebbero approfittare dei cambiamenti economici che questo dovrebbe (teoricamente) portare, per entrare nel nuovo mercato bielorusso e prendersi quelle risorse strategiche, fino ad ora saldamente, nelle mani del governo di Lukashenko.

Ma come al solito, fare previsioni è un mestiere da astrologi. Per il momento spero di aver chiarito la situazione al meglio delle mie capacità a chi fosse interessato a conoscerla meglio, ed a capire cosa sta realmente accadendo in un paese lontano e ritornato sul "Sentiero della Storia" solo di recente. Per il momento, purtroppo, non ci resta che fare attenzione ai movimenti all'orizzonte, e cercare di farci un'idea con quello che abbiamo a disposizione, ma senza mai distogliere troppo lo sguardo.

Per qualsiasi domanda e discussione, sono a disposizione, trovate i contatti nella pagina apposita.

Nay, come, let’s go together.

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