The Tragedy of Nagorno-Karabakh – The end of the “Pax Sovietica”.
La Tragedia del Nagorno-Karabakh - La fine della "Pax Sovietica"

La Tragedia del Nagorno-Karabakh - La fine della "Pax Sovietica"


E tu, Vendetta, ancor che dolce in pria,

Come presto ti cangi, e il tosco amaro In te stessa rivolgi!

(John Milton, Paradiso Perduto – 1667; 1674, Libro IX, linee 171-172)

The Tragedy of Nagorno-Karabakh – The end of the “Pax Sovietica”., An Unpredictable Past
Emblema della RSFST 1930-1936. L'unica differenza rispetto alla versione 1924-1930 è che il testo azero è in caratteri latini.

Bentornati a questo excursus attraverso la storia del Nagorno-Karabakh e, più in generale, dei paesi dell'area Caucasica.

But before we begin, I have to admit a mistake: it was my initial intention to divide the story into three parts, but while writing, I realized that this is impossible, so a fourth will be added: if the goal of these articles is understanding, I don’t feel like leaving out some episodes for the sake of synthesis, otherwise it will be impossible for you who read me to understand how things went and how deep are the roots of modern events. As a historian, it is my job to ensure that history is simple to understand, but not simplified.

Detto questo, possiamo procedere.

La scorsa settimana ci siamo lasciati in un momento storico ben preciso: la fine delle ostilità tra Turchia e Unione Sovietica, con il Trattato di Kars del 1921, mentre l'XI Armata Rossa occupava senza troppi problemi Azerbaijan, Armenia e Georgia.

Il 12 marzo dell'anno successivo, su proposta di Vladimir Lenin, le nuove Repubbliche Sovietiche proclamate nei tre stati furono riunite nell'Unione Federativa delle Repubbliche Socialiste Sovietiche della Transcaucasia, che il 13 dicembre dello stesso anno divenne un unico stato federale, la Repubblica Sovietica Federativa Socialista Transcaucasica. Il Congresso Pan-caucasico del Soviet, il cui scopo arebbe dovuto essere quella di mantenere l'autonomia formale per le tre repubbliche, adottò una costituzione comune, nominò il Comitato Esecutivo Centrale (il più alto organo legislativo) e il Consiglio dei Commissari del Popolo (che esercitava il potere esecutivo, ed era quindi il governo). Mamia Orakhelashvili, uno dei leader dei bolscevichi, di origine georgiana, divenne il primo presidente della TSFRS, la cui capitale venne stabilita a Tbilisi.

Nel 1936, la SFRS Transcaucasica venne nuovamente divisa in tre repubbliche autonome (Azerbaijan, Armenia e Georgia), con la formazione di diversi Oblast (Regioni) autonomi: Adijeian, Karachai-Cerkess, Ossezia del Sud (in territorio georgiano), Nakhichevan (sotto protettorato dell'Azerbaigian) ed il Nagorno-Karabakh (nel territorio della SSR dell'Azerbaigian).

The Tragedy of Nagorno-Karabakh – The end of the “Pax Sovietica”., An Unpredictable Past
Il Caucaso Sovietico, dal 1957 al 1991

It was the People’s Commissariat for Nationalities or Narkomnaz (from russian Народный комиссариат по делам национальностей, Нар.ком.нац.) chaired (among others) by Josif Stalin, that dealt with the issue of peacekeeping in the Caucasus. The hypotheses concerning the conception of such an administrative structure vary: some scholars believe that the Soviets have played, as in the episode of the Baku Soviet, “Divide and Impera” (ancient Latin expression meaning “Divide and Command”), pitting the local ethnic groups against each other, so that they would not fight against the Soviets: Nagorno-Karaback, in particular, was placed under the control of the Azerbaijan SSR, while retaining 94% of the Armenian population. The same can be said of the Nakhichevan exclave, separated from Azerbaijan by a “corridor” of Armenian territory.

È una spiegazione plausibile e coerente, tenendo conto anche del precedente storico del Soviet di Baku, che, come abbiamo visto l'ultima volta, fu parte attiva a nome dei sovietici, nel fomentare la prima guerra Armeno-Azerrbaijana. Ma ce ne sarebbe un'altra: l'idea che Stalin, successivamente a capo dell'Unione Sovietica, aveva del rapporto tra Identità Nazionali e Identità Comunista Sovietica. Ho già accennato a questa questione e mi scuso di averla posticipata ogni volta, ma è un tema complesso che ha interessato l'intera URSS e che merita di essere trattato separatamente, con maggior considerazione.

Despite the desire for unification between Armenia and Karabakh remained in question throughout the Soviet period, the control exercised by the Eastern Bloc Superpower kept the situation substantially stable, mainly through its own military strength. It will be with the coming to power of Mikhail Gorbachev and with the implementation of the “glasnost” (openness or transparency) policy that the Nagorno-Karabakh question forcefully made itself felt again: the Armenians of Karabakh now free to express a certain level of dissent, began to demand reunification with the Armenian SSR, accusing the local government of trying to culturally “Azerify” the region, finding support both in Russia and in the international community.

Despite Gorbachev’s attempts at mediation, and unfortunately for Armenians, the Soviet constitution contained a sort of “Comma 22”, which relegated the situation to a perpetual stalemate: while l'Articolo 70 of the so called “Brezhnev Constitution” of 1977 states that “l'URSS è uno Stato unito, federale, multinazionale, formato sul principio del federalismo socialista” and also that “l'URSS è il risultato della libera autodeterminazione delle nazioni e dell'associazione volontaria di Repubbliche Socialiste Sovietiche eguali” and l'Articolo 72 recalls that “ogni repubblica conserverà il diritto di secedere liberamente dall'URSS“, l'Articolo 78 otherwise states that “Il territorio di una Repubblica Federata non può essere modificato senza il suo consenso. I confini tra le repubbliche federate possono essere modificati di comune accordo tra le repubbliche interessate, previa ratifica da parte dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche“.

The question of the territorial integrity of the Soviet Union was the great problem of its entire history, so great, that even after its dissolution the Russian Federation had to take it upon itself (always think of the Caucasus: Georgia, Chechnya, Ossetia) and it always reacted in the same way: with violence. A possible explanation can be found in the geography of the country itself: if the countries of the Caucasus had begun to become autonomous, Russia would have risked losing its “bridgehead” towards the Middle and Far East and towards the Black Sea, and with it is the continuous flow of resources, especially raw materials, to and from abroad.

Thus, the situation was left unresolved. But “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” (from Latin: “While Rome discusses, Sagunto is conquered”): says a bitter comment that can be found in book 21o of the work “Ab Urbe Condita ” written by the Roman historian Titus Livius.

È un riferimento a chi perde molto tempo in continue consultazioni senza decidere, in un contesto che richiederebbe decisioni rapide. Ed è proprio questo il nostro caso: dal 1985 al 1987 le tensioni tra Armeni e Azeri nel Nagorno-Karabakh continuarono a crescere, mentre il Governo Sovietico si era dimenticato della questione (o meglio, aveva un problema di collasso generale da affrontare, e gli affari della piccola Oblast caucasica non erano certamente in cima alla lista).

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Immagini televisive che mostrano automobili bruciate e rivoltosi per le strade della città di Sumgait durante il pogrom del febbraio 1988.

“Peace cannot be kept by force. It can only be achieved by understanding. You cannot subjugate a nation forcibly unless you wipe out every man, woman, and child. Unless you wish to use such drastic measures, you must find a way of settling your disputes without resort to arms.”

(A. Einstein, in un discorso alla New History Society, 14 dicembre 1930)

Il 22 febbraio 1988, dopo diversi mesi di piccoli scontri e sfollamenti forzati da entrambe le parti, ci fu la prima vera schermaglia tra azeri e armeni in Karabakh, nella città di Askeran: due giorni prima, due studentesse azerbaigiane denunciarono di essere state violentate da armeni e altri due giovani azeri morirono negli scontri con la polizia.

But this was only the prelude: during a demonstration in Sumgait, in support of Azeri refugees driven out of their villages from Karabakh, anger over news of “murders and atrocities” committed by Armenians rose to the point of unleashing a real pogrom against the Armenian community, resulting in 26 deaths. Armenians were beaten, raped, mutilated and killed both on the streets of Sumgait and inside their apartments during three days of violence, with no intervention from the police, that only subsided when Soviet armed forces entered the city and quelled much of the rioting on 1 March. Nearly all of Sumgait’s Armenian population left the city after the pogrom.

Il 23 marzo 1988 il Soviet Supremo respinse per l'ennesima volta la richiesta di annessione del Nagorno-Karabakh all'Armenia, inviando l'esercito a Yerevan per affrontare eventuali proteste. Gli armeni del Karabakh erano ormai convinti che avrebbero subito la stessa sorte di quelli dell'exclave di Nakhichevan, in cui la popolazione armena era passata dal 40% prima dell'assorbimento nell'Unione Sovietica alla totale scomparsa alla fine degli anni '80.

Nessuno sembrava rendersene conto, ma la seconda guerra del Nagorno-Karabakh era iniziata.

The parties in dispute then began a harsh diplomatic confrontation, and neither of them (Armenia in particular) trusted more in Gorbachev’s mediation. The years between 1988 and 1990 were characterized by the exponential growth of inter-ethnic tensions: in addition to the episodes of violence on both sides, just think that, in that period, fear led to a massive exodus from one country to the other, in which Armenia and Azerbaijan “exchanged” large sections of the population. From Armenia alone, in the period 88-89, more than 200,000 people left, including Azeri and Kurds of Muslim religion. The latter, despite not having taken part in the conflict, preferred to leave the villages where they lived because located in a “potentially hostile” territory.

Nel 1990 la situazione peggiorò ulteriormente: l'Armenia impose un embargo alla Nakhichevan ASSR, mentre il neonato Fronte Popolare dell'Azerbaijan first organized sabotages on the Armenian railway network bound for the Nagorno-Karabakh Autonomous Oblast, and then attempted a “risky move” to break away from the dissolving Soviet Union anytime soon: the wrong “timing” led the Soviet authorities to declare a state of emergency in the region (also due to the pogroms unleashed against the Armenian population of Sumgait, Kirovabad e Baku) and, in what comes Known as “Gennaio Nero“, 26,000 Soviet Army soldiers brought an end to the uprising by force, shooting at protesters and causing more than 90 deaths.

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Victims of Black January in Martyrs’ Lane, Baku.

I Sovietici cercarono inoltre di mantenere segreto questo intervento, distruggendo le linee di comunicazione da e per Baku: nonostante ciò, il giornalista Mizra Kazar e lo staff di Radio Liberty / Radio Free Europe, riuscirono ad inviare un bollettino giornaliero al di fuori della zona occupata.

A quel punto l'esercito armeno e le milizie paramilitari decisero di contrattaccare: diversi exclavi azerbaigiani in territorio armeno, o vicino al suo confine, furono attaccati dalle truppe paramilitari e addirittura bombardati con l'artiglieria durante una serie di incursioni notturne. che durarono da Marzo ad Agosto, finché ancora una volta l'intervento dell'Esercito Sovietico respinse gli aggressori e pose temporaneamente fine alle stragi, con ulteriore violenza.

On March 17, 1991, Mikhail Gorbachev held the famous “Referendum sul futuro dell'Unione Sovietica“, also known as the “Trattato dell'Unione“, which was to decide whether the republics of the USSR should remain together. With the success of the Referendum, the structure of the Union was changed, allowing even non-communist leaders to compete for the presidency of the republics, which brought to power, for example, Boris Yelstin in Russia and Ayaz Mutalibov in Azerbaijan, while Gorbachev remained in office as President of the Soviet Union.

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Voting bulletin for the “Union Treaty”, March 17, 1991

The Armenians boycotted the referendum (in fact they declared themselves independent on August 23, 1990) while the Azeris voted in favor. The prediction of new clashes led to an arms race in Nagorno-Karabakh on both sides, but this time the newly elected Azerbaijani president Mutalibov decided to exploit the post-reorganization situation to his advantage: he thus convinced Gorbachev to organize a pre-emptive strike to disarm the ‘Armenia and make it desist from its proposal of reunification with the Karabakh region.

Così, il 30 Aprile, le forze armate Sovietiche ed Azere lanciarono Operation “Ring”, which resulted in the deportation of all Armenian inhabitants of the Shahumyan region, a process which was joined by indiscriminate violence, kidnapping, looting, murder, rape and torture. and that forced 17,000 people to exodus, until July 4th Gorbachev announced the end of the Operation as the area had been “pacified”. Obviously, everything turned out to be counterproductive: from that moment on, the thought became clear in the minds of the Armenians that the only solution for reunification with Karabakh was armed resistance against the Soviets and the war against the Azerbaijans.

Nel settembre 1991 vi fù un primo tentativo di mediare la pace, promosso dal presidente russo Boris Eltsin e dal presidente kazako Nursultan Nazarbayev: dopo una serie di colloqui, tra il 20 e il 23 settembre il Železnovodsk Communiquè vene firmato, col quale le parti si impegnarono a rispettare la reciproca integrità territoriale, la sovranità nazionale e il rispetto dei diritti umani. Ma furono solo belle parole su un foglio di carta.

Mentre Yeltsin, Nazarbayev, Mutalibov ed il Presidente Armeno Ter-Petrosian siglavano l'accordo, le forze azere dell'OMON continuavano a bombardare città e villaggi armeni, come Stepanakert e Chapar. Gli Armeni, dal canto loro, non rimasero certo a guardare: alla fine del 1991 fu lanciata un'offensiva in cui le milizie ruppero l'assedio delle aree bombardate, per poi concentrarsi sulla distruzione dei villaggi azeri, considerati postazioni nascoste per l'artiglieria, con un'escalation di violenza e sempre maggiore rancore, che coinvolse numerosi civili che avevano poco a che fare con i bombardamenti effettuati dalle truppe azerbaijane.

Alla fine, quando l'Unione Sovietica implose, il Ministero dell'Interno ordinò il ritiro delle truppe dalla regione, completato tra il 19 e il 27 dicembre 1991. Con la fine della presenza militare Sovietica, la situazione nella regione andò letteralmente fuori controllo.

So here ends the second part of our story, e story of an only apparent “peace”, guaranteed by the heavy shadow of the Soviet Union, which at the same time created the basis for the actual conflict: by feeding a local nationalism in the hope of a future “Soviet Nationalism” it left the field free to violence, pogroms and reciprocal feuds, which in addition to a high number of deaths, continued to stifle the embers that would later flare up in the fire of war.

Nel prossimo scritto ci occuperemo dello scontro militare scoppiato negli anni successivi al 1991, spero che finora la spiegazione sia stata chiara e stimolante, come al solito, per qualsiasi domanda potete contattarmi.

Grazie a tutti coloro che hanno avuto la pazienza di leggere queste righe.

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