The War of the Wor(l)ds

Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell'indurre l'inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola "bipensiero" ne implicava l'utilizzazione. (1984)

L'Eredità di George Orwell nel XXI Secolo

Chi non conosce George Orwell (il cui vero nome era in realtà Eric Arthur Blair)? Anche solo per sentito dire, è riconosciuto come uno degli autori che hanno avuto un ruolo primario nella creazione letteratura distopica: il suo romanzo più noto, "1984", pubblicato nel 1948, due anni prima della sua morte, è forse quello che più di ogni altro è radicato nel l'immaginario collettivo come metafora del potere, della violenza e del controllo esercitati da uno stato totalitario.

Ricordo ancora quella notte piovosa, nella cuccetta di un treno, mentre tutti gli altri dormivano, finire quel libro alla luce di una piccola torcia. Ripensando a quel giorno, posso dire che è stato, insieme a pochi altri, uno dei pochi libri veramente significativi della mia vita. Da quel giorno non ci fu più modo di tornare indietro.

Il 117 ° anniversario della nascita dello scrittore si è celebrato il 25 giugno scorso e la seguente citazione è apparsa ovunque: "In un'epoca di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario“.

Il fatto è che quella citazione non è di Orwell, ma è solo attribuita a lui.

Questo mi ha fatto pensare. Di tutta la produzione di un autore intelligente, lungimirante e sagace, quasi tutti vanno a prendere una citazione “attribuita” per rendergli omaggio. Strano? Sì e no.

Il giorno dopo sono andato a cercare un'altra opera di Orwell nella mia biblioteca, un piccolo opuscolo intitolato La Politica e la Lingua Inglese, pubblicato per la prima volta nel 1945. Riscoprire questo libricino è stato un vero piacere, non c'è dubbio: in sole venti pagine la penna dello scrittore traccia quello che diventerà il quadro teorico dei suoi romanzi, e che ancora oggi, a 75 anni dalla sua scrittura, mostra il vero problema della nostra società.

Se state pensando a telecamere di sorveglianza ovunque, strumenti di controllo ad alta tecnologia, smartphone spia e tutto quel tipo di immagini da il "Grande Fratello ti guarda", siete fuori strada. Come dice il titolo, la riflessione dell'autore è sulla lingua (in questo caso l'inglese, ma chiunque può tranquillamente pensare alla propria lingua e il ragionamento non cambierà), su cosa ne facciamo (e su) e cosa essa fa a noi.

Per chiunque abbia assimilato i concetti che Orwell voleva esprimere nei suoi scritti, la questione era già lampante. Per molti altri, tuttavia, l'immaginario dello scrittore si è trasformata esattamente in ciò contro cui ha combattuto: metafore banali, scrittura sciatta, "stile imitativo".

Considerando tutto il tempo trascorso, ovviamente dovremo “ripensare” ad alcune affermazioni, che potrebbero sembrare “antiquate”. Il punto fondamentale è un altro, ovvero quanto il pensiero acuto di Orwell sia riuscito a cogliere un meccanismo che ha accompagnato lo sviluppo della società (non solo quella britannica, su cui si sofferma lo scrittore, ma quella mondiale, vista la diffusione e lo sviluppo di sempre più immediati. e sofisticati sistemi di comunicazione e la diffusione della lingua inglese come "Lingua Franca" nel corso di sette decenni.

Prima di introdurre il concetto fondamentale, vorrei illustrare i quattro punti che lo scrittore prende in considerazione per elaborare la sua teoria:

  • Come linguaggio e pensiero si influenzano a vicenda, creando un sistema “organico” e non un semplice sistema di comunicazione;
  • Come, già nel periodo in cui è stato scritto il libro, si verificasse un fenomeno di “Costruzione Automatica” delle frasi e cosa questo implica in relazione al punto precedente;
  • Come il problema esposto non è una questione di “sentimentalismo”, “arcaismo” o “luddismo linguistico”, che riguarda solo gli accademici, ma una questione politica di primaria importanza;
  • Cosa significa "Difendere il linguaggio" (e cosa non significa) e come (e se) è possibile farlo;

I quattro punti sopra elencati verranno analizzati in dettaglio in altrettanti articoli settimanali: se è vero che tutto è ben espresso dallo scrittore in poche pagine, è altrettanto vero che le tematiche meritano un'analisi più approfondita, e anche uno sguardo “storico”: come accennato in precedenza, sono passati quasi ottant'anni e, per quanto “attuale” risulti essere analisi, Orwell non era un veggente e di certo non poteva immaginare i cambiamenti avvenuti nel nostro modo di esprimerci e nello sviluppo della nostra società.

Da parte mia, credo che il punto focale di questo particolare articolo (e della successiva produzione di Orwell, fino a "1984") sia che attraverso il linguaggio tutti noi, come società, stiamo combattendo una Guerra. Una Guerra che, come le altre, è politica, economica e sociale, e che comporta anche delle vittime. Ognuno di noi è, consciamente o inconsciamente, coinvolto. E se, come afferma l'autore, l'obiettivo fondamentale di una "Buona Scrittura" è quello di ottenere "chiarezza e comprensibilità", posso tranquillamente affermare che nel corso di questi decenni abbiamo perso molte battaglie.

Con questa affermazione non è mia intenzione infondere un senso di depressione o dichiarare resa: solo fare il punto di una situazione che è molto compromessa, ed i cui confini sono diventati sempre più grandi nel corso degli anni: per certi versi “fossilizzandosi” e per altri procedendo a una velocità sbalorditiva (in particolare dal punto di vista “tecnologico”). Quello che voglio dire è che non solo dobbiamo agire, ma dobbiamo farlo in modo critico, con la strategia. Per fare questo dobbiamo riprendere l'eredità lasciataci da Orwell, e ripartire da dove era rimasto: osservare e analizzare il linguaggio e il suo rapporto con la nostra realtà.

La guerra non è finita. Possiamo ancora invertire il processo.

Faccio fatica a immaginare chi e come possa raccogliere un simile appello, o quale idea possa farsene. Ma dopo tutto, vorrei ribadire che questo non è un posto per fare "Proclami". Spero che, dopo aver spiegato le diverse questioni, tutto diventi più chiaro. Credo che per ora ottenere contributi intellettuali e osservazioni sul fenomeno possa essere già di per sé un grande passo e un modo per riprendere ad osservare una questione che, ripeto, non è appannaggio dei soli accademici che si occupano di “ramo” , ma è qualcosa che ci riguarda molto da vicino, da come ci comportiamo, esprimiamo (o non esprimiamo), comunichiamo e scriviamo ogni giorno.

Prendete questo scritto e quelli che seguono non come una critica decadente, ma come un'idea per un nuovo inizio.

Nay, come, let’s go together.


 






Who’s The Enemy at the Gates? – Pt. II

Image from Vestnik Kavaza.net

“All warfare is based on deception. Hence, when we are able to attack, we must seem unable; when using our forces, we must appear inactive; when we are near, we must make the enemy believe we are far away; when far away, we must make him believe we are near.”

– Sun Tzu, L'Arte della Guerra

Welcome back again,

As you already know, a series of summits between NATO and the Russian Federation will begin this week, mainly to discuss the Ukrainian crisis. Or perhaps it would be more correct to say that they will have to discuss the Russian crisis, basically they are the same thing. In the past week, anyone who has listened to a minimum of statements from both sides will have noticed, like me, that the tones went up until yesterday, a few days before the actual summit (obviously they also took place less formal preliminary talks, it is certainly not a secret) and then probabily dissolve, and, most likely, end up in nothing.

It is absolutely not my intention to disrespect anybody, but Russia’s behavior is very reminiscent of would-be suicides: those who want to take their own life usually just do it, those who threaten, “try”, or announce it generally have serious problems, for which they seeks serious attention. Here, whoever intends to invade a country would not announce it for over a year, giving an eventual opponent the opportunity to prepare countermeasures. When the Russian troops entered the separatist territories in Ukraine disguised for the first time, they did not warn anyone, on the contrary, they were careful not to reveal themselves and until the formal annexation of those territories officially there were no Russian soldiers in the ORDLO, as far as everyone knew very well that it was a lie.

The Kremlin in the past few days has pulled out the whole repertoire: “Spheres of Influence”, “National Sovereignty”, “NATO provocations”, “Inseparability of Russia and Ukraine”, etc. all while the truth is that the United States, besides some harsh talking, are now completely disengaging from that front looking at the Far East, and the European Union, as usual, does not seem to want to take the opportunity to do something more concrete than declarations in no particular order with more or less accommodating tones despite the fact that, at least in theory, it should be the one most concerned about the progress of the matter, since as well as on the Ukrainian front it is also engaged on the Belarusian one, but at present it is essentially excluded from the games.

Speaking of Europe, in recent days the leaders of the Russian administration have moved to contact their “friends” in Europe, and strange as it may seem, obviously I’m not talking about all those national-populist movements/parties that in the recent years, the Kremlin has helped to grow in one way or another. We turned to France and Germany as the first commercial partners, the latter has recently seen the completion and authorization for the start-up of North Stream 2, a conduit that would bring the precious Russian gas directly to the old continent, bypassing, coincidentally, Ukraine’s territory. Vladimir Putin even phoned his old friend Silvio Berlusconi, former italian Prime Minister and who now someone would see as President of the Republic, asserting that Italy could take on the role of mediator between Russia and the United States, as happened in the early 2000s.

Not exactly the attitude of someone who has decided to go to war.

I have already explained in previous articles how I see a Russia at the corner, and how this aggression derives from this, and why it is aimed exclusively at the United States (even when we talk about NATO, it is understood that we are talking about them), and not even at Ukraine itself. We will see what will happen this week, before drawing conclusions, assuming it is possible, as usual, no astrological predictions are made here, and we have always take present to ourselves the unexpected.

Thanks for reading this short piece, see you next time.

Who’s The Enemy at the Gates?

Ukraine, Belarus, and the bogeyman of the West: the triggering of perpetual crisis as a sign of Russia’s internal weakness.
Uncredited vignette (Signal me the author if you know)

“A country that has been great does not easily give up its imperial dreams. […] The truth is that power does not change its nature and there is always a new master behind the door ready to enter. He doesn’t knock, he doesn’t ask for permission. He breaks through and breaks in.”

(Demetrio Volcic, in an interview for the italian newspaper “La Repubblica”, 2015)

Welcome back to Unpredicatablepast.com,

Months ago, specifically on May 12, I published an article that concerned the crisis on the border between Ukraine and the Occupied Territories backed by the Russian Federation (commonly known as ORDLO). Those days, we are there once again: with the same premises, uncontrolled rumors, accusations, threats and the fear that this time all hell may break loose. We have roughly the same situation in front of us: ground troop movements, list of possible targets provided by intelligence, counts of forces on respective fields, and perhaps some kind of more serious provocation. Several reports, such as that of Politico, Süddeutsche Zeitung, the Mirror, Bellingcat and the Insider once again showed the (very little) secret movements of Russian regular troops and mercenaries on the Ukrainian border.  If last time there seemed to be a target in the Crimean Canal, this time the threat seems more generalized to an elusive intervention in the event of a violent escalation in the Donbass region. Then, as months ago, probably nothing.

When asked “why?”  there are two answers, one more obvious and the other less so.

Donetsk and Lukansk Region, with the territorier part of the ORDLO

The clear answer is the one we have had under our eyes in recent years, first from the events in Maidan Square, and then from the Belarusian crisis, but also on other less mainstream occasions (Georgia, Central Asia, Caucasus) and which sinks its roots at the end of the Cold War. Since then, the Russian Federation has tried in every way to regain its “status” as a lost superpower, including, initially, trying to share the role with the United States, rather than counteract them, but over the years, events have taken completely different fold, becoming the situation we face. 

Exactly as I wrote last time, I still find the hypothesis of a violent escalation very unlikely, and the reasons are exactly the same, summarized as “Russia cannot afford it“. In spite of the manifest aggression, it is possible to note how the Kremlin’s targets are always carefully selected to prevent the situation from degenerating: just as the top officials of both government and army know they cannot stand a confrontation with the West, on this side of the fence no one would even think of going beyond words, as in the 1930s, no one is going to “Die for Crimea“. As in May, a meeting was held between Joe Biden and Vladimir Putin, who officially, like last time, discussed the same problem, and repeated barely the same things (except one sentence, apparently insignificant, but revealing in this case). Even threats from authoritative personalities like Lavrov and Stoltenberg now sound hollow and only good for cameras.

The summit between U.S. president Joe Biden and R.F. president Vladimir Putin (from New York Times)

So why are we talking about it?

This is the less obvious answer I was talking about in the beginning. Some more, some less, noticed that the international situation has changed: on the sly, as always, since generally the most relevant events are always a result of others that undeservedly receive less attention. Those who follow me already know that I have often talked about how the Russian Federation has waged an image war against the United States, which until recently have responded in kind;  but, especially in the last year, the implementation phase of that “low profile” policy that the White House began to plan at the end of the Bush administration and the turbulent period of the early 2000s has begun: it surely deserves a serious study, but for now, we can deal with what is happening. 

In recent months, we have heard abundantly about the “Failure of the West”, but are we really sure? As for now, in fact, the leaders of the FR are those that really feeling that the earth is slipping under their feet: the American “enemy” has turned attention and new strategies to counter its real competitor in the geopolitical field, I am obviously talking about the People’s Republic of China.  All American initiatives seem to be aimed at transforming “hard power” into “soft power”, and it is a field on which Russia simply has few tools to compete. True, it has managed to create divisions and friction within the EU, through a skilful use of propaganda and psychological warfare, which has also affected the United States, but when it comes to concrete, all these efforts vanish like smoke. Thanks to the SARS-COV2 pandemic, the West has reunited and has set in motion its economic machine to face the emergency, and in this field there is no propaganda that holds, although the problems have certainly not disappeared.

Never before has the attention paid to Russia as an “enemy” or “alternative model” been so low as in this period, and the Kremlin knows this well. The complete failure of the “vaccine geopolitics” strategy to be implemented through Sputnik V, the clumsy attempt to foment a border crisis between the European Union and Belarus through the conniving Lukashenko government on the one hand and the populist-conservative Polish one on the other, and finally, above all, with the question of the change of power in Afghanistan, which in other times Moscow would have taken advantage of hands down to put the United States in a bad light.

About this, Michael Wasiura, in one of his articles for the IMR that I invite you to read carefully, entitled “The ballot, not the bullet: Russia’s pursuit of a geopolitical buffer zone“, explains very well how Russia is also desperately aiming for a change of strategy: in short, it would be a question of creating, or maintaining, in a series of key states, political regimes similar to the Russian one, as, so to say, the belarusian one. An evident poor strategy in my opinion. Of course, this does not mean it will be without consequences, just think of the question of energy supplies, but not so incisive as to create for Russia that “role” that it so desperately continues to seek, and that I strongly doubt that anyone would be able to sell itself well politically, given the background that has been committed to building in the past decades, and that as time passes it begins to tighten like a noose around the neck of its creators.

Faced with economic power, Russia is out of the game: just as it loses ground in Asia to China, sooner or later it will also lose its grip on Europe’s borders. The countries on which it tries to build a sort of “wall” to stem its competitors need to rebuild and/or reshape their disastrous economies, which certainly will not recover thanks to the Army of the Russian Federation or its propaganda machine (look at Moldova or Georgia, just to have an example). Even the supremacy in the worldwide export of raw materials, which for a certain period had become the winning weapon of the “New Russia”, is seriously compromised, unless you want to transform the country into a huge open pit mine for use and consumption of the PRC.

At this very moment, probably, in the rooms of the Kremlin the discussion is about which tree is best to hang. At the expense of everything, it is inevitable that in Moscow they feel the earth is missing under their feet: the mythology of the Cold War is something that was developed without looking into the long term, a long term in which the most dangerous enemy was your “ally” and your most precious ally could turn out to be just that “enemy” so reviled in public.

Obviously, everything is not to be underestimated at all. Despite the previous considerations, the situation has become a Gordian knot that will certainly not melt so easily, and, the more time passes, the more the mechanism becomes complex to maneuver, and the risk that something gets out of hand is fleeting, but there is. Moreover, the lack, perceived or real, of an alternative to the current state of affairs for the country is another problem that cannot be underestimated: Vladimir Putin did everything to not be like his predecessor Yeltsin, and he succeeded, but now, unlike him, he cannot simply walk away and leave everything in the hands of a “stranger”, even if he were a high-profile member of his entourage, given that the image of a Russia closely linked to the its President and the commitment to ensure that every ganglion of the state machine ends up being managed by the executive have created a situation that we could define with the words attributed to Madame Pompadour, lover of Louis XV of France: “Après nous, le deluge”, took in a much more pragmatic and less fatalistic sense.

Finally, here the talks that Vladimir Putin is having in these days come into play: both those with the West and those with the East (China, but, pay close attention, not only). It is clear that the issue is much broader than it appears, and that the “turmoil” on the borders of Europe is only a symptom. Despite Biden’s “strange phrase” that recognized Russia as a Great Power, it is actually evident that the country finds itself walking on a suspended thread, with the two real powers trying to pull it to one side or the other. Over the past few decades, Russia has pretended that the future did not exist, rebuilding itself around an idea of ​​the past that never existed. Now the future has arrived and the time will soon come to choose where to go, in any case a painful choice, as it will end up deciding who will be the real “Enemy at the Gates” of the country.

For now, that’s all, take this writing as a reminder, and, as usual, for any question you have I’m avaible to answer.

This article is dedicated to the memory of Demetrio “Dimitrij” Volčič (1931 – 2021). He spent most of his life trying to tell the world beyond the Iron Curtain, whether it was the USSR or Yugoslavia, with professionalism and empathy rare to find today. We just need to continue his work, in our own way but taking it as an example to use the best of our ability and efforts, now that a new era appears before us. Thank you very much, for everything.

The “Mariupol Standoff”, or the developement of new relashionship between East and West

“You can say things which cannot be done. This is elementary. The trick is to keep attention focused on what is said and not on what can be done.”

(Frank Herbert, from “Whippinng Star”, 1969)

A map of the situation in the eastern region of Ukraine, by Business Insider Intelligence

Welcome back to Unpredictable Past,

some time has passed since the last writing, but, as it is natural that it is, and as I often repeat, some events need the right time to be looked at and analyzed: and this is what I intend to do in this writing, whose processing time went into looking at things as they are, minimizing guesswork and finding as many facts as possible to support my claim.

In this paper I would like to start from the latest episodes that took place on the eastern border of Ukraine and then get to analyze with you the new course that the global geopolitical situation seems to have taken since the beginning of 2021. The event I am talking about has been defined as “Maripol Crisis”, from the city in the Donetsk Oblast, on the shores of the Black Sea, close to the borders of the Occupied Territories (or Separatists, depending on the point of view), which is generally referred to by the acronym ORDLO (Okremi Raioni Donetchkoi ta Lughanskoi Oblastei) and which has recently been the subject of clashes between separatists forces (ie the Russian army) and loyalists of the Ukrainian army, causing fear of a new escalation of violence in the region in the near future.

The “frozen” conflict between Russia and Ukraine has been going on for eight years, and dates the last escalation of this importance back to 2015, when, following the Ukrainian Revolution of the previous year and the beginning of the internal conflict with the separatists in the southeast of the country (in the regions of Crimea, Donetsk, Luhansk and Donbass), the Russian armed forces “disguised” as civilian personnel carrying humanitarian aid invaded the country, occupying, in whole or in part, the aforementioned territories. On March 26 of this year, the tension begins to rise again: four soldiers of the Ukrainian Army were killed in Shumy, a village in the Mariupol area, very close to the border of the Occupied Territories, in which, in the meantime, as pointed out by Kirill Budanov, head of the Main Intelligence Directorate of the Ukrainian Ministry of Defense, the troops of the Russian Federation have massed for a total of about 110,000 effectives. Budanov asserted that these movements of the armed forces have a specific purpose: “[Its] goal is to keep Ukraine in the sphere of [Russia’s] geopolitical influence, force it to abandon Euro-Atlantic aspirations, and resolve the issue of the occupied territories [in the Donbass] on Moscow’s terms“.

On April 12, the Russian government takes a further step, and through the spokesman of President Vladimir Putin, Dmitri Peskov declares that: “[Moscow] will not remain indifferent to the fate of Russian speakers who live in the southeastern regions of Ukraine“. A clear reference (typical of the rhetoric of recent years, which used the term “Russophone” instead of “Russian” to pursue territorial claims without bringing up ethnic issues that could sound like the “reasons” adducted by Adolf Hitler during the Anschluss of the territories with a population of German origin into the Third Reich), to the policy begun two years ago by the Russian Federation regarding the granting of a “facilitated” passport to residents of the Occupied Territories who had requested it (to date there are about 400,000, out of 3 million of residents) for “humanitarian reasons”, behind which obviously lies the veiled threat of being able to have an easy casus belli should an armed intervention needs to be justified.

In response to this veiled threat, the following day April 13 at a meeting in Brussels, U.S. Secretary of State Anthony Blinken and Ukrainian Foreign Minister Dmytro Kuleba confirmed the importance of the strategic partnership between the two countries. Both Ukrainian and American diplomats agreed that they needed to take action in order to “demotivate Moscow from further escalation“; the same day, US President Biden called his counterpart Putin to propose a meeting in which to discuss the issue in its entirety, but , when Moscow seemed to have achieved a “normalization” of the situation, the expulsions of diplomats and the implementation of new economic sanctions on the Sovereign Funds of the Russian Federation began in the US (officially relating to the case of Alexey Navaly and his treatment in detention), but which in my opinion had more the flavor of an appropriate response: “you-are-not-the-only-ones-able-to-use-humanitarian-pretexts-for-other-purposes“.

A declaration of intent absolutely not misunderstood, which has aroused a series of diplomatic reactions on both sides, as well as, obviously, within the European Union. The question arose spontaneously: “is it really a new line or is it just a way of pointing out a heavy question of internal politics?“. As we know, the four years of the Trump presidency were characterized by suspicion of interference by Moscow into the internal politics of the United States, a suspicion fueled by the “benevolent” attitude held by the former president regarding the relations between the two countries. I have often said it, but it is good to reiterate it: the Russian elites, out of conviction or opportunism, continue to feed the mythology of the Cold War, in the hope of being able to return to the table of the Great Powers and at the same time preserve their position of power, showing themselves to the eyes of the public opinion in their country as the only way to avoid falling prey to alleged “Western conspiracies”.

But let’s start from the beginning, since this situation is one of the results of other events that have occurred in recent months. The first and foremost is certainly the change of administration in the United States, with the beginning of Joe Biden’s mandate at the White House: shortly after taking office, the President, and his entourage, overturned the line of laxity towards the Russia: in February, at the Munich Security Conference, the American President peremptorily affermato: “America is back“, making it clear that Russian interference (from propaganda to cyberwarfare) in the West would no longer be tolerated, reiterating then the concept in an interview with ABC, calling his counterpart Vladimir Putin “a killer”. Following that, the combined efforts of the Foreign Minister Dmytro Kuleba and Secretary of the National Security Council Oleksiy Danilov, leads to Ukraine’s “new approach” towards Russia, and managed to “give a shake” to the President Volodimir Zelensky, who, due to inexperience and lack of external support, left Russians do essentially what they wanted, using the Minsk Agreements as a lever to move Ukraine’s internal politics at will.

Here, in the West, if the global pandemic hadn’t made us deaf and blind, we’d be talking about front page stuff. Despite those facts, fortunately, a military escalation seems unlikely at present, for several reasons.

At first glance, disparity of forces in the field is evident, clearly in favor of Russia, and this fact alone could immediately make one think of the worst. But, as several military analysts have rightly pointed out, this deployment of forces does not necessarily have to be the prelude to a large-scale offensive. It could be configured, for example, as a “response” by the Russian Federation (together with Belarus) to the large military exercise carried out by NATO since the beginning of March, under the evocative name of “Defender-Europe 2021“, in which 27 Countries took part, including Ukraine, representing the largest coordination maneuver in 25 years, with a similar maneuver named “Zapad-2021” scheduled for September. Sergei Shoigu, the Russian Defence Minister, stated the following: “a sudden check of the combat readiness of the troops of the Western and Southern military districts was carried out as part of [Russia’s] control measures and exercises during the winter period of training.

Second, an attempt at normalization has been carried out both in Europe, which began on April 16th, with France, Germany and Ukraine on the one hand and Russia (not represented at the summit, but nevertheless present) on the other, and, of course, by the United States, with Biden’s proposal to Putin of a meeting aimed at discussing the Ukrainian situation “on a broad spectrum“. Although these negotiations are currently at a standstill, the very fact that they exist implies that the military option is considered, even in the Kremlin, as something to be used as a threat but to be avoided at all costs. Further proof of this attitude, especially on the Russian side, is an apparently banal but interesting episode: in an interview with Rossiya24, a “government” broadcaster, Russian Foreign Minister Lavrov stated that Russia was ready to “break relations with the European Union “on the Ukraine question. These statements were immediately followed by a quick denial by Vladimir Putin’s spokesman, Dmitri Peskov, who denied the Minister and backtracked very quickly, citing justifications of circumstance. Taking into account that Lavrov is certainly not a minor character or just any politician, the fact that he was so abruptly denied from above is indicative.

Is it all a matter of “flexing muscles” then? Not exactly, in my opinion.

A map of the Northern Crimean Canal as reported by BBC.com

Indeed, there is a goal that a possible offensive could aim at: the Northern Crimean Canal, recently closed by the Ukrainian government and source of supply of 80% of the country’s drinking water, which has caused many problems for the regions under control. Russian. The question is whether the Kremlin is ready to take this risk: if on the one hand the superiority of means could make a “blitzkrieg” conceivable, on the other hand this could turn out to be a move with decidedly catastrophic consequences, compared to a possible “gain” in territorial and resource terms. In fact, it would be necessary to fight on Ukrainian territory, where now there are about 300,000 veterans of the Donbass, motivated, benefited by the knowledge of the territory but who above all would be immediately supported by the West. Making the decision to attack to “send a signal” could prove to be the most counterproductive the Russian government has done in recent years.

Two problems face the Kremlin. First of all, as I have explained several times, the image is everything for the elite of the Russian Federation: how would the regime be able to explain the enormous cost in human lives, or a possible military failure (the army is still one of the few institutions in which the population trusts) in the context of that confrontation / clash that propaganda has been carrying out for years? The second problem concerns the economic repercussions that the decision to force the hand would have on the country: if on the one hand Europe must limit itself to warnings, the United States is planning a series of very heavy economic sanctions, for now stopped in Congress because the result of a bipartisan agreement between Republicans and Democrats whose internal tensions have not yet subsided after the electoral defeat of Donald Trump, but which in the eventuality of armed aggression would immediately come into being (who would risk, after the scandals of the previous four years, to support the soft line with Russia?), and that would be a very hard blow for the whole country. Also in this case, maintaining the image of “prosperity” would be very complex, and probably it will not be enough to “pull out nationalism when you run out of money” to get out of it, also because this would seriously risk triggering a further chain reaction. from which it would be impossible for the central power to escape unscathed.

At that point, the possible scenarios would be two: withdrawing and losing face, trying not to arouse excessive media hype and finding a way to justify the “setback” with public opinion (changing the game and reporting external problems within the country , downloading them, for example, on the non-organic political opposition to the system, such as that of Navalny for example), or to go straight and decide to tighten even more clearly the relations with the only other ally of weight on which Russia can count: the People’s Republic of China. This last hypothesis, in spite of those who have spoken for years of a common front between the two countries with an anti-Western function, is actually the result of a reasoning that was firm at the time of the Cold War, which seeks to replicate patterns known, making up for the inability to explain reality.

In fact, as I happened to underline on other occasions, the most concrete (but never manifested) danger that the Russian elites absolutely want to avoid running into is precisely an increasingly close relationship with China. The reason is obvious: if it is true that the export of raw materials to Chinese factories is among the most important components of the Russian economy, on the other hand, those in charge are clear that the more the country moves to the East, the more it risks becoming an appendage of Chinese power. With the exception of the military sector (of reduced size only by Beijing’s choice) all the cards are in favor of the Asian giant, which in recent years has extended its influence even on those countries that Russia normally considers “its own” (yes think of Central Asia, or, lately, some Balkan countries that have opened up to the Chinese vaccine market, but that’s another story), without anyone in Moscow being able to do anything about it or daring to risk criticism of any kind.

This time the situation seems to be decidedly more serious, even if some other events, apparently distant, can offer the explanation of the escalation.

And it is at this point that it is necessary to take a step back, and take a closer look at the foreign policy undertaken by the new American administration: as mentioned, if on the one hand it has all the appearance of a provocation against Russia, a retaliation for the precedents years of interference in American politics, it is not necessary to forget that the objective of the United States has long been another one. In fact, further east, precisely in the Pacific, a game is being played that the United States considers much more important than any confrontation with Russia, namely to contain the influence of the People’s Republic of China on the region. For years, the overwelming US military supremacy has kept the Asian giant’s ambitions in what it considers “rightfully” its own zone of influence at bay, but lately things have changed and Chinese naval forces have begun to accompany the economic expansion of the country in the Indo-Pacific area. It is no coincidence that one of Joe Biden’s first acts as president was to preside over the first meeting of QUAD, an alliance of the four democratic countries that have interests in the Pacific Ocean (India, Australia, Japan and United States) and who do not look favorably on China’s expansion to their detriment, that, as already reported on this site, could sign the beginning of significant changes in the area.

All those facts leads me to ask: what if these maneuvers, apparently aimed at striking Russia, were instead a way to put the country’s leadership in front of a choice between West and East?

That Joe Biden’s “provocative” statements serve this purpose? And that the “outstretched hand” of Europe, specifically of French President Emmanuel Macron, is not a simple sign of surrender, but rather a counterweight in a “carrot and stick” strategy, intended to go and see the bluff carried out. for decades now from the upper echelons of the Kremlin? In this situation, two key points of the ideology of the facade of the Russian Federation seem to begin to fail, namely that of its “peculiar identity”, neither Western nor Eastern, together with that of the Cold War which sees the country as the main pole of anti-atlantist, an idea that loses credibility even in the eyes of the Russians themselves with each passing year. That somewhere in Washington they have understood that the program of responding to Russian propaganda with other propaganda, the one centered on embezzlement by members of Putin’s “inner circle” is a fallacious and useless strategy, as demonstrated by the Navalny affair , and that perhaps the real breaking point will be to confront Russian public opinion with something far more significant? Such as “what shall we do with our lives?”

In a possible future confrontation (whose lines have already been “drawn”) to balance the relationship between West and East, there is no doubt that the side on which Russia will take sides will be fundamental, not only for geopolitical issues, but also for the future of Russian citizens themselves: to let autocratic power preserve itself, becoming more and more enveloped in a decadent spiral that will inevitably lead to a sort of vassalage condition with respect to China, or to deny itself, its image and all the propaganda rhetoric put in place to hold together the “pieces” of the country and gradually groped a rapprochement with the much-maligned West?

As Andrei Piontkovsky stated in an interview with Olga Khvostunovna on the Institute for Modern Russia Meduza: "To ensure that Russian changes its foreign policy, the battle for the minds of Russian citizens has to be won“. And perhaps, I think as a European, it is not the only battle that must be fought and won, if we really want the future of all of us to be different, but that’s another story.

The “Eternal Gulag”, a look inside Post-Soviet Countries resistance to changes

“Speaking in London with Mikhail Khodorkovskij we said to ourselves that we realize one thing. If a person has been in the Soviet Gulag, as soon as he leaves he cannot be free, he does not know what freedom means. The bandits have taken over and we continue to live by the rules of the Gulag. We can only prepare people for the future which could be quite far away.”

(Svjatlana Aleksievich, in an interview by Fabrizio Dragosei for the italian newspaper “Corriere della Sera”, March 28, 2017)

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This article is intended to be what we could define as the conclusion of the events concerning the protests in Russia, generated by the attempted murder of the main opposition leader Alexey Navalny and his subsequent arrest and conviction, through a lightning trial with fairly motivations and questionable sentence. As usual, when I say “conclusion”, I am not referring to the fact that the movement of events is over, and that I will stop following it in detail, but that the right moment has arrived to draw some conclusions from the facts previously analyzed.

Inside there will also be some reflections on Belarus, and on other ex-Soviet countries that have experienced similar events and of which it is good to talk again, also in this case trying not to limit ourselves strictly to the facts and trying to observe everything in the most wide range possible, and every possible example will help us in analyzing the situation, and to do this, we will go through a series of points that most of the situations considered so far have in common:

Державничество (Dierzavnichestva)

An incomprehensible term for a Westerner, but one that is crucial if one wants to understand what is the heart of the problem in some post-Soviet countries, above all the Russian Federation. Often, especially in English texts, it is simply translated as statism or, at times, nationalism: an error in my opinion, not just because russian language has specific terms to indicate statism (этатизм, etatiszm), nationalism (национализм, nazionaliszm) or patriotism (патриотизм, patriotiszm).

This word has a different meaning, however, in the sense that it includes and amplifies the previous terms and can be translated with the paraphrase “Either [Russia] is great, or it is not”. A concept that could be assimilated in some way to the politics of the French “Grandeur”, with the difference that, while progressively the latter succeeded in a more or less tragic way (think only of Algeria and what was called Indochina) to come to terms with the end of a historical era, that of Imperial Colonialism, the Russian Federation, which since 1989 has inherited much of what was the Soviet Union, has not been able to do so.

The issue certainly deserves a detailed study, but, speaking of the reasons that led to the current situation, it necessarily deserves a prominent position, as essentially all the others derive from it. If you think about the most important international events in the last twenty years, you will realize for yourself how this ontological vision of a state based on its “prestige” (the term is used by George Orwell in one of his most important writings, Notes on Nationalism) was the main impediment to a “normalization” of Russia within the world context, and also within it: every attempt made in this direction (yes, even by Vladimir Putin) has crashed into this insurmountable wall created by a Past that has progressively become both Present and Future.

The desperate attempt not to lose a prominent role as a Superpower can be found hidden in every attitude of the Russian government: from foreign policy, still mainly governed by a more or less veiled hostility towards the West, to the series of murders or attacks carried out towards political dissidents. Everything refers to an image of Undisputed Power, or at least of “new bipolarism” or “new Cold War” that the ruling class wants to give of the country, making it explicit both with concrete actions (but, to note, without ever exceeding), and through the propaganda that rages especially on the web (to date, the flagship product is the infamous Sputnik V vaccine).

Even smaller countries closely linked to Russia (such as many of those of the former USSR or adhering to the Warsaw Pact) still have similar problems, albeit in a “reduced” version: Belarus is a perfect example (in the articles I have I wrote about it extensively), but also the countries of Central Asia (those that Erika Fatland wittily defined as Sovietistan) have been heavily affected by this attitude: “imitative” in domestic politics and “limiting” in foreign policy.

Centralization of Powers

The second question which, in my opinion, is an obstacle to any change is that of the centralization of powers and the consequent “messianic” vision that is generated within the population, including both “the average man” and “the ‘intellectual”.

This problem stems from both historical reasons and purely political intentions. Without the need (as is done in some cases) to go back to Kievan Rus’, to the Mongols and so on, if you look at what was the “feeling” one breathed in the few years in which the decline of the USSR took a strong acceleration until its dissolution, it can be seen that the element that terrified those who at the time lived the events in the first person, was the terror of a civil war, especially within the RSFR. Once the Central Power lost its grip on a territory of such vastness and heterogeneity, the fear was not only justified, but concretely realized: not at the level, for example, of the Civil War following the dissolution of Yugoslavia, but, for example, with the birth of movements with a strong ethno-nationalistic or religious connotation, which once the Soviet “Mastiff” disappeared recalled the ancient hostilities and unleashed a myriad of local conflicts, just think of the Caucasus area, where the conflicts and animosities of ethnic, nationalistic, religious are still there to make the whole area a powder keg.

The political clash between parties and factions was also very strong, fueled by both these fears and by the disastrous “economic transition” implemented by Yeltsin, leading to the “Constitutional Crisis” (in fact an attempted coup by some high grades of the Army, then used by Elstin as a pretext to center all the powers on himself, as the President of the Russian Federation) of 1993, resolved with the shelling of the Parliament, an episode that, in hindsight, became a tragic preamble of the following years.

The White House (The building in which the Russian Parliament reunites) burning after being shelled by artillery fire

Matter of fact, when Vladimir Putin replaced Boris Yeltsin as President of the Russian Federation at the eve of the new millennium, he found the way cleared to do what he wanted, or rather, what, as we will see, the country expected from him.

His figure should have put an end to the internal clash by acting as a balance in the “redistribution” of powers, which subsequently led to the hypertrophic expansion of the presidential cabinet to the detriment of the constitutionally appointed bodies to guide the Russian Federation, which in the course of the years have become “facades”: legally they exist and their powers are constitutionally legitimized and regulated, de facto, everything passes through the presidential entourage (a body that only with the last referendum had a sort of de jure legitimacy) which imposes its decisions to all other state bodies.

“Political Messianism”

And it is precisely from this centralization of powers on the figure of the Head of State that another problem arises that should not be underestimated: “Political Messianism“.

If it is true that historically the Russians have had a very close and personal relationship with the figures in power, this is something that is more part of a medieval legacy than of a democracy (even under construction, as it was at the time). This is because in the population the conviction is created that only the apex of power can act on public life, disempowering them and at the same time generating peaks of ecstasy at every regime change and profound resignation in the following period: Gorbachev, Yeltsin and finally Putin have had all this “sacred aura”, which heralded an epochal change, then regularly disappointed. Of the three, the last is the only one who made sure that this aura was continually renewed in some way (and he did, for better or for worse).

In this sense, citizens are beginning to get used to this ambivalent thought: on the one hand, there is no alternative to the current state of affairs, or there is fear that the change will be disregarded and will lead the country towards disaster; on the other hand, the change at the top is seen as a New Advent, in the Christian sense of the term, something inevitable and that will surely open the doors to the Golden Age by sweeping away Evil. Both attitudes are the furthest away from a democratic process: they reflect an almost monarchical attitude towards power, the activity of the citizen is limited to being for or against a power that, although perceived in a highly personal, it remains something inaccessible, untouchable, but above all not contestable.

Political Messianism does not look at political figures in rational terms, but in emotional terms, which makes any public debate worthy of the name useless: everything is reduced to a Manichaeism that sees the Rightful on one side and the Damned on the other, creating a climate of perennial tension in which the entire social body is involved on a daily basis. We cannot know if Alexey Navalny will be the next President, or at least if he’s movement will led to a political change, but it does not matter as long as the centralization process is not reversed and the figure of the Man of Providence does not come to decline in the eyes of the population.

Corruption

As I have already stated, fighting corruption, especially in those countries where it is endemic, such as Russia (in fact, since the Soviet Union). But as usual, “the devil hides in the details”: perhaps few remember that, but corruption was one of the biggest problems even during the governments of Boris Yeltsin, a period in which the notorious figures of the “Oligarchs” emerged, of which “Tsar Boris” had to secure economic support especially during his second term, making many concessions to them, to the point that some went directly into the presidential cabinet or the government. Putin himself, at the time the right arm of the mayor of St. Petersburg Anatoliy Sobchak, was embroiled in shady deals concerning the embezzlement of Western aid together with his boss, doing his utmost when he lost his power due to his own illness to make him expatriate.

St. Petersburg mayor Anatoly Sobchack and a young Vladimir Putin 
Dmitry Lovetsky/AP

This is why he was chosen as Yelstin’s successor. No machinations of the KGB / FSB, or other sort of spy-story conspiracies: two things were expected from him, a safe conduct for the President (also too ill to fulfill his duties) and for his family, and a continuity with Yeltsin’s line on power management. But those who hoped to be able to maneuver “Volodiya” at will, soon realized that they had made a big mistake.

Starting from his second term as President of the Federation, Putin unleashed the judiciary (in the meantime passed almost entirely under the control of the presidential entourage) against the Oligarchs: lightning trials, heavily mediated, found many of them guilty of financial crimes, causing them to end up in imprisonment or forcing them into exile, and, more importantly, the state seized their properties by reassigning them to the new “circle” that Putin had created in the first years of government. Thanks to this “Witch Hunt” its popularity skyrocketed, both at home and, unfortunately, in the West, a first sign, of which few realized, that the idea of ​​a democratic Russia had been set aside and that also in countries where the rule of law was not just a facade, something had changed, and liberal democracy had begun to be devoured by the cancer of the “Vox Populi, Vox Dei”.

In Belarus, Lukashenko seize his personal power more or less in the same way: as we already saw in the essay on his ascent to power, he uses his position to launch a massive anti-corruption campaign, which basically cut off the head of the Belarusian State, and replace them whit himself.

Today, in both countries, the corrupt have changed, but not the system of corruption, which is inevitably linked to the concentration of power and the maintenance of a balance of forces that move under the apparently granite skin of the administration. We also have someone else who, very naively, thinks of eliminating corruption by eliminating the corrupt: whoever succeeds Vladimir Putin, tomorrow or ten years from now, will have to seriously ask themselves the question, and put it in front of the population, or the cycle will simply start again from the beginning.

Et Pluribus Unum

A third point never dealt with in a democratic way is the heterogeneity and complexity of territories, ethnic groups and religions that make up Russia, just as the relationship with the other former Soviet Republics has never been dealt with in the same way.

This attitude has mainly two reasons: the first, the more concrete one, is that many of the regions that claim more autonomy, or at least a more decentralized federal system, are strategic for the economic survival of the Federation, which is entirely based on the export of materials. the first that come largely from the transural territories, but whose control in the years passed, as mentioned, to Moscow, or, even better, to the circle created around the President. We have seen how, even during the pandemic emergency, resources continued to be drained from these territories in exchange for meager state subsidies and the burden of managing an unprecedented health crisis.

The second reason is that of the “prestige” of the “Dierzavna”: Vladimir Putin, in particular, represented, compared to his predecessor, the “champion” of the unity of the Russias, starting from the beginning of his mandate, which coincided with the Second Chechen war, passing through the war with Georgia up to the invasion of the Ukrainian territories considered “natural part of Russia”. A symbolism that is progressively decaying, due to the increasing intolerance of some Regions towards the central government, and above all because of the economic power of China, which is slowly eroding Russia’s influence on some territories, without this being able to counter it in any way.

The Russian Federation in this has inherited the behavior of the USSR in all respects, exchanging tanks and guns with threats of an economic or psychological war, but the principle remains the same and indeed, makes everything a house of cards even more shaky, with unpredictable consequences.

Smaller former Soviet republics have adopted the same attitude over the years: the confrontation in Nagorno-Karabakh that I have repeatedly spoken of is the most striking example. Power is based on the ability or not of the rulers to gain prestige and superiority over the Enemy, seen as an atavistic nemesis with which there is no compromise: yesterday Ilham Aliyev was a hated corrupt autocrat, today a national hero, in the same way, his counterpart Pashinyan was the hero of the Velvet Revolution, now a traitor who lost Artsakh. There are places where coexistence is not impossible, it has been made impossible in order to rise to power and keep it at the expense of the population.

Lack of concern about Liberal Democracy

In conclusion of what has been written so far, you can understand how much the discussions made around Russia and other countries in recent months take on surreal connotations, at least as far as I’m concerned. We have pages after pages of analysis, forecasts, hypotheses with a common substrate: the constant avoidance of concrete problems.

Those who, including me, deal with these events, should try to free themselves from a debate that feeds the problems, rather than trying to solve them. This does not mean not taking a position or boasting an alleged objectivity, but understanding how much we are personally involved and why, without thinking of being immune to it just because we know a little more than the average reader. This would not only help those who try to fight seriously so that their country comes out of a situation considered unsustainable, but also to notice how much this attitude goes to question our beliefs, and personal prejudices, which contribute to fuel the problem, making it endemic.

This is the “Eternal Gulag” in which the post-Soviet countries have fallen (and they are not the only ones, but this is another story): a continuous struggle between factions that slaughter each other to divide increasingly scarce resources, under the close surveillance of guards “ideological”, armed and threatening, which do not let anyone leave the camp and do not send news from the outside world, which in the meantime is moving forward.

Putin, Navalny e il problema del "Poi" nei Paesi Post-Sovietici - Pt.II

“Il buon governo nasce dalle persone; non può essere consegnato loro. "

(R. A. Heinlein, “My Object All Sublime” da “Off the Main Sequence“, 2005)

Bentornati a tutti,

riprendiamo l'analisi di quanto sta accadendo nella Federazione Russa, con l'intenzione di approfondire la situazione attuale rispetto a come la ascoltiamo generalmente nel corso delle notizie. Rimangono alcune domande che potrebbero non trovare necessariamente risposta qui, ma almeno sono state poste, come era necessario, a mio avviso, fare.

l'ultima volta abbiamo parlato dell'avvelenamento del leader dell'opposizione russa Alexey Navalny, di come l'eliminazione di personalità scomode per il Cremlino non sia “nuova” e delle stranezze che circondano questo caso particolare. A tal proposito, a livello personale, mi è difficile non provare un certo disagio per questa desensibilizzazione, e vorrei esprimere sincera ammirazione per chi sta conducendo questa battaglia a rischio della propria vita; il fatto è che qui stiamo cercando di fare un'analisi che abbia un valore quanto più scientifico possibile e che implichi necessariamente un grado più o meno ampio di spersonalizzazione, ma è bene che ricordi, prima di tutto ame stesso, che stiamo parlando della carne e del sangue delle persone, per quanto distanti possano apparirci attraverso uno schermo.

Il ritorno di Alexey Navalny nella Federazione Russa

Dopo essersi ristabilito, Navalny ha deciso di tornare in Russia: lo ha fatto il 17 gennaio, ed è stato arrestato dalla polizia non appena ha superato il controllo passaporti all'aeroporto Sheremetyevo di Mosca, il tutto in diretta streaming. In risposta al suo arresto, molti dei suoi sostenitori hanno chiamato alla protesta in tutta la nazione e, un altro elemento importante, mentre era in custodia in carcere Navalny è riuscito a pubblicare un documentario noto come "Il Palazzo di Putin" (In originale intitolato "Дворец для Путина. История самой большой взятки", "Un palazzo per Putin. La storia della più grande mazzetta"), in cui viene mostrato in dettaglio un palazzo principesco sul Mar Nero, affermando che è proprietà “de facto” di Vladir Putin e che è stato finanziato dai ricchi membri della sua cerchia per ottenere in cambio favori (ad oggi il video ha superato cento milioni di visualizzazioni).

Nell'attività politica portata avanti da Navalny questo sistema non è una novità: nel settembre 2016, un altro documentario dal titolo “He's not Dimon to you” (originale “Он вам не Димон”) ha preso di mira la fortuna dell'allora Primo Ministro Dmitry Medvedev (il titolo è un riferimento al termine dispregiativo con cui era chiamato l'allora Primo Ministro: "Dimon" è infatti un diminutivo colloquiale di Dmitry usato nella malavita), ha portato a proteste di massa nel marzo 2017, che sono durate fino a ottobre 2018, anno nel quale si sarebbero tenute nuove elezioni a cui lo stesso Navalny avrebbe cercato di candidarsi, bloccato poi dall'opposizione burocratica controllata dal Cremlino (e, come detto, fu anche il periodo in cui i membri dell'FSB designati come responsabili del suo avvelenamentocominciarono a monitorarlo più da vicino) .

Quindi, a dispetto di coloro che parlano di una "nuova fase di proteste", questo sembra essere il solito metodo di "attacco" di Navalny: cioè cercare di mettere all'angolo il sistema di potere russo rivelando la sua dilagante corruzione, autoreferenzialità e uno stile di vita spesso opulento e non regolamentato. Questa volta ovviamente, come abbiamo visto nel precedente articolo, ha un'arma in più: il proprio tentato omicidio, da prendere come esempio della brutalità esercitata dal regime, che, da parte sua, ha subito utilizzato la “mano pesante contro di lui e contro gli attivisti riuniti in piazza per protestare contro il suo arresto.

Navalny conosce molto bene i meccanismi con cui si muove il potere in Russia, e sa sfruttarli a suo vantaggio: a mio avviso, il suo ritorno in patria, per quanto coraggioso, è stato attentamente calcolato per provocare una reazione del sistema che, come già detto, purtroppo ora considerata “ovvia”. Qual è il problema con questa strategia? In primo luogo, direi, parafrasando Sun Tzu, è che se Navaly conosce molto bene il potere russo, il potere russo conosce Navalny e “se stesso” molto bene.

Ovvero, anche se questo metodo è capace di suscitare forte indignazione, è anche vero che non portano da nessuna parte: se cerchi di assaltare il più fortificato bastione, la macchina propagandistica costruita in più di vent'anni (se vogliamo considerare solo l'era Putin), inutile dire che ne uscirai con le ossa rotte (perdonatemi la metafora piuttosto povera). Se Navalny ha deciso di proseguire sulla strada della “Guerriglia su Internet” e dello “scontro di personalità” con Putin, ha già perso. E non è una previsione: come ha asserito Lev Gudkov, direttore dell'istituto Levada con sede a Mosca a Reuters: “L'euforia nella comunità liberale è chiaramente molto esagerata. La maggioranza relativa della popolazione sta rispondendo in modo inerte a tutti gli eventi legati a Navalny […] [Putin] È peggiorato un po tra i giovani, ma praticamente non è cambiato nulla per la massa principale (di persone)".

Certo, non è affatto un compito facile organizzare una protesta che ha coinvolto circa 120 città, con punte di 40.000 persone a Mosca e San Pietroburgo, sia a causa delle nuove forti sanzioni per chi organizza manifestazioni non autorizzate, sia a causa del restrizioni causate dalla pandemia Covid-19. Ma siamo sicuri che fossero tutti lì per lo stesso motivo? Come abbiamo già visto, il 2020 ha visto numerose manifestazioni e scontri legati soprattutto alla gestione della pandemia che il Governo Federale ha scaricato sulle spalle delle amministrazioni locali, molte delle quali sono finite in gravi difficoltà economiche e sociali a causa di questa decisione (al punto che, sarò onesto, quando ho saputo dell'avvelenamento di Navalny, pensavo stesse girando un documentario sulla situazione nelle regioni transuraliche, e non sulla presunta Dacia di Putin).

Sì, i giovani rispondono alla chiamata della protesta, e questa è una cosa importante, ma se la loro idea di protesta è applaudire un campione di MMA sperando che abbatta gli agenti dell'OMON uno ad uno come Capitan America, significa che c'è qualcosa di sbagliato nelle premesse. E no, non è nemmeno sufficiente che molti dicano di essere “stufi”, o che si sforzino di trovare il modo per evitare di essere arrestati o fermati dalla polizia.

Senza contare che questo atteggiamento, come abbiamo visto nei giorni scorsi, fornisce la possibilità al regime di utilizzare le proteste per i propri fini propagandistici. La scelta specifica di luoghi altamente presidiati in modo che si raggiunga il contatto fisico tra manifestanti e polizia è una scelta deliberata: come detto prima, questa è proprio una delle strategie usate da Navalny e dai suoi per mostrare la brutalità della polizia. Peccato che questo atteggiamento, oltre ad essere sconsiderato, sia anche facilmente sfruttabile dalla propaganda del regime: in sintesi, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affermato che alla fine i manifestanti stavano violando esplicitamente la legge, accusando i paesi occidentali di doppi standard (e, certo, di manovrare segretamente l'opposizione), facendo un confronto insensato, ma non per questo meno efficace, con i fatti del Campidoglio negli USA o con le recenti proteste di Bruxelles.

In un articolo del 19 gennaio pubblicato su The New Yorker, Masha Gessen, raccontando la storia dell'arresto di Navalny, ha scritto: "Il superpotere di Navalny è stata la sua capacità di mostrare alle persone ciò che avevano sempre saputo del regime di Putin, ma avevano la possibilità di fingere che non esistesse. Ha mostrato la profondità della corruzione del regime. Ha dimostrato che la polizia segreta di Putin compie omicidi. Con il suo ritorno in Russia, ha mostrato la totale mancanza di immaginazione e incapacità del regime di pianificare in anticipo. Ha anche dimostrato che, contrariamente alle affermazioni del Cremlino e all'idea convenzionale tra gli osservatori della Russia in occidente, che esiste un'alternativa a Putin. Politicamente, Navalny non era un candidato che avrebbe potuto unificare la Russia qualche anno fa - ha una storia di visioni nazionaliste che hanno reso gran parte dell'intellighenzia diffidente nei suoi confronti. Ma ha dimostrato che l'alternativa a Putin è il coraggio, l'integrità e l'amore. Il nome del prossimo leader della Russia è quasi certamente Navalny, o Navalnaya".

Ecco, questo è un esempio di retorica, tipicamente "occidentale", che in questo frangente è completamente disfunzionale: se c'è qualcosa che ora servirebbe all'opposizione è un pò di sano realismo e di concretezza. Che importanza può avere il nome di un eventuale prossimo Presidente, se poi questi non è realmente in grado di avere il sostegno, la volontà e la capacità di riformare un sistema che è marcio fino al midollo, e del quale la corruzione è l'ultimo dei problemi.

E qui arriviamo al secondo e più importante problema della "strategia" di Navalny: la totale mancanza di un programma politico degno di questo nome. Nella sua analisi della vicenda per Foreign Policy, Alexander Gabuev ha notato la mancanza di qualsiasi tipo di risultato politico da parte di Navalny e dei suoi colleghi: sembra abbastanza logico, dal momento che non ce n'erano. Non è che Putin abbia imparato a gestire bene le proteste, è la protesta che non ha imparato a gestire se stessa. Se tutto si riduce al confronto tra due diversi modi di fare “Storytelling”, la protesta diventa fine a se stessa, e si ripeterà lo stesso schema che abbiamo visto in altre occasioni: scontri, indignazione, scambio di accuse con l'Europa e gli Stati Uniti e infine l'oblio

La mobilitazione delle piazze senza una sorta di obiettivo preciso, anche un minimo programma politico, conduce le persone verso due strade, entrambe ugualmente dannose: la violenza insensata o l'afasia. In genere la prima è presto seguita dalla seconda: la città di Kharabakovsk, per dire, ha avuto una mobilitazione media di 60.000 persone al giorno, per cento giorni, che nell'ultima settimana è scesa a soli 1500. Paura, disaffezione e un senso di impotenza sono la naturale conseguenza di un serpente che si muove senza testa, senza meta. È fin troppo facile descrivere coloro che si riuniscono per manifestare qualsiasi tipo di dissenso come "terroristi domestici" nel primo caso o come "una piccola minoranza di stralunati" nel secondo.

Un programma politico che dice solo "Basta corruzione" o "Cacciamo il Presidente" va bene se decidi di riformare la Repubblica di Malta, non la Federazione Russa. Dubito profondamente che una volta che Putin se ne sarà andato, la Russia diventerà un paradiso in terra, o almeno un paese diverso: dobbiamo ricordare che il Presidente è un sintomo di una malattia, non la causa.

Quello che ho scritto qualche mese fa su Lukashenko e sulla situazione in Bielorussia (ma se è per quello anche di Donald Trump, o di quanto riguarda la situazione politica del mio paese) vale anche per la Russia di Putin; come "osservatori occidentali" possiamo solo simpatizzare con la causa di Navalny, ammiriamo ciò che fa, entriamo in empatia con le persone arrestate, picchiate e minacciate, ma la verità è che il nostro pregiudizio emotivo ci impedisce di porci la fatidica domanda: "e poi?

Discuteremo le ragioni di ciò nel prossimo articolo, che cercherà di guardare gli eventi in una prospettiva più globale. Nel frattempo spero che abbiate trovato tutto interessante e foriero di riflessione. Per qualsiasi domanda, chiarimento o correzione, non esitate a contattarmi come al solito.

Putin, Navalny e il problema del "Poi" nei Paesi Post-Sovietici

La Russia ha sempre mantenuto un rapporto speciale con il potere, visto come una sorta di padre collettivo, amato anche quando si è mostrato, come spesso accadeva, duro e crudele.

(Demetrio Volcic, giornalista, scrittore e politico italiano, 6 Dicembre 2015)

Proteste contro l'arresto di Alexey Navalny, il cartello recita "Uno per tutti e tutti per uno" Fotografia di Yuri Kochetkov / EPA-EFE / Shutterstock

Bentornati su Unpredictablepast.com,

è passato del tempo dall'ultimo articolo, ma, per questo particolare argomento, che, come potete immaginare, per me è molto importante, ho deciso di prendermi il tempo giusto per riflettere ed approfondire la questione: il tempo della notizia ha avuto il suo momento (anche se la situazione è in continuo cambiamento, ma ormai ha preso una sua direzione) ed è forse ora di passare alla storia, offrendo alcune riflessioni su quanto sta accadendo in Russia, ma non solo. Avevo già accennato ad alcune di queste riflessioni in relazione alla Bielorussia, ma in questo caso possiamo cogliere l'occasione per esplorarle meglio. Per svolgere questo lavoro nel miglior modo possibile, il saggio sarà diviso in (almeno) due parti.

Il tentato omicidio di Alexey Navalny

Penso che sia bene ricominciare da dove eravamo rimasti: per chi non l'avesse fatto, vi invito a leggere gli articoli sullo stato della Federazione Russa che ho scritto tempo fa. Tra questi eventi, una questione in particolare ha colpito i media occidentali (sommersi dall'aggiornamento quotidiano sulla situazione pandemica e, per un certo periodo, sul problematico passaggio di consegne tra l'amministrazione di Donald Trump e quella di Joe Biden). Sto ovviamente parlando dell'avvelenamento di Alexey Navalny e di tutto ciò che vi è connesso.

Per coloro che non lo conoscessero, Alexey Navalny è un leader dell'opposizione russa, politico, avvocato e attivista anti-corruzione. È arrivato alla ribalta internazionale organizzando manifestazioni e candidandosi alle elezioni per sostenere le riforme contro la corruzione in Russia, il presidente Vladimir Putin ed il suo governo. Navalny è stato un membro del Consiglio di coordinamento dell'opposizione russa. È il leader del partito Russia of the Future e il fondatore della Anti-Corruption Foundation (FBK) che ha pubblicato indagini che dettagliano la presunta corruzione da parte di alti funzionari russi, portando a proteste di massa in tutto il paese. È stato arrestato più volte dalle autorità russe, casi ampiamente considerati motivati politicamente e destinati a impedirgli di candidarsi alle future elezioni.

Quanto alla questione in sé, credo sia già stato detto e scritto abbastanza: l'ottimo lavoro investigativo svolto da un'indagine congiunta tra Bellingcat, The Insider e la Fondazione Anticorruzione (FBK), in collaborazione con Der Spiegel e CNN, ha scoperto voluminosi dati sulle telecomunicazioni e sui viaggi che implicano il Servizio di Sicurezza Federale Russo (SSFR) nell'avvelenamento del noto politico dell'opposizione russa, e anche che l'operazione che ha avuto luogo nell'agosto 2020 in la città siberiana di Tomsk sembra essere avvenuta dopo anni di sorveglianza, iniziata nel 2017, poco dopo che Navalny aveva annunciato per la prima volta la sua intenzione di candidarsi alla Presidenza della Russia.

Dopodiché, sotto la pressione internazionale, le autorità russe hanno permesso a Navalny di lasciare il Paese per essere trasportato all'Ospedale Charité di Berlino, dove, dopo aver trascorso tre settimane in coma indotto, si è finalmente svegliato a metà settembre. Già il 2 del mese le autorità tedesche hanno rilasciato I risultati dei test effettuati su Navalny. Un esame tossicologico, effettuato dal laboratorio specializzato della Bundeswehr, ha scoperto prove inequivocabili della presenza nel suo corpo di tracce di un agente nervino chimico del gruppo Novichok. Le conclusioni degli specialisti tedeschi sono state successivamente confermate da laboratori certificati dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW), nonché da esperti indipendenti in Svezia e Francia. Quasi immediatamente sono state fatte richieste di nuove sanzioni contro la Russia negli Stati Uniti e nell'UE, anche prima che le indagini sull'avvelenamento fossero iniziate.

Un uomo tiene un cartello con un'immagine di Navalny durante la manifestazione a sostegno del leader dell'opposizione russa, a San Pietroburgo. Alexander Galperin / Sputnik tramite AP

Inutile dire che un'indagine del genere non è mai iniziata, né in Germania, ne in Russia, nonostante il Comitato Investigativo, proposto dai colleghi di Navalny, avesse proposto di avviarla "sulla base dell'invasione della vita di un personaggio pubblico impegnato allo scopo di porre fine a tale attività, o per vendetta per tale attività e tentato omicidio” non ha trovato motivi sufficienti per soddisfare questa richiesta, poiché i medici russi non hanno trovato alcun veleno nei risultati dei test di Navalny, non c'era base legale per un'indagine.

Nonostante ciò, è ovvio che Vladimir Putin abbia dovuto rispondere in qualche modo alle accuse mosse contro le agenzie governative e la sua amministrazione. Lo ha fatto durante la conferenza stampa annuale di fine anno, con uno delle sue tipiche frasi ad effetto: “Chi ha bisogno di avvelenarlo", ha affermato "Se avessero voluto [avvelenarlo] allora probabilmente avrebbero finito il lavoro" ed indicando Bellingcat come "la legalizzazione del materiale delle agenzie di intelligence americane“.

Il modus operandi che vede il tentato omicidio di uomini legati all'amministrazione russa o ad essa ostili attraverso l'utilizzo di agenti chimici non è nuovo nella storia del Paese: il caso cronologicamente più recente è quello di Sergei e Yulia Skripal a Salisbury nel 2018, il più famoso è sicuramente quello dell'ex agente dell'FSB Alexandr Litvinienko, per il quale è stato addirittura utilizzato un isotopo radioattivo, il Polonio 210. Soprattutto dal “caso Litvinienko” in poi, questa modalità di omicidio è entrata nella cultura di massa a tal punto che l'associazione è quasi immediata per tutti.

A questo punto sorge una domanda, che può sembrare un po 'cinica, ma che va posta: perché tentare di uccidere qualcuno usando un metodo così riconoscibile e immediatamente associato all'FSB o ad altri apparati di sicurezza russi? Altre personalità molto più "scomode”(Passatemi il termine) di Navalny furono uccisi a colpi di pistola, trovando poi un colpevole di comodo, con motivazioni mai chiare: Anna Politkovskaya nel 2006, Natalia Estemirova nel 2009 e soprattutto Boris Nemtsov nel 2015. Perché non fare lo stesso? Perché un agente nervino che dice "Made in Russia" in lettere maiuscole? Inoltre, è naturale chiedersi qualcos'altro, riprendendo le parole dello stesso Putin: perché non finire il lavoro?

Nel corso degli anni e dei miei studi, ho imparato diverse cose sul modo in cui si muove il potere russo: la prima è che possiede una propaganda malleabile ed è in grado di aderire e controllare quasi ogni situazione, il secondo è che da lungo tempo a Mosca hanno rinunciato a ogni intenzione di entrare nel consesso dei Paesi “occidentali”, ben consapevoli che essi sono ben disposti a chiudere un occhio su tante cose, purché le materie prime scorrano nelle vene del Vecchio Continente. Quando Anna Politkovskaya fu uccisa, ad esempio, non ci furono grandi scoppi d'ira, e l'unico politico europeo che si recò al suo funerale fu Marco Pannella, allora capo del Partito Radicale Italiano e all'epoca deputato al Parlamento europeo: disse che lei “ci aveva aperto gli occhi”, mentre invece tutti noi avevamo già distolto lo sguardo, e questo il Cremlino lo sa benissimo.

Allora perché questa volta fare un lavoro così apparentemente goffo e inefficace. È vero, si potrebbe sostenere che l'idea fosse quella di inviare un "segnale", per far provare agli attivisti pro-Navalny un senso di minaccia incombente. Inoltre, non va dimenticato come la Russia convive con questo tipo di "simboli", che ricordano da vicino il periodo sovietico e che ogni volta cercano di ritrarre la Federazione Russa come un'entità degna dell'eredità dell'URSS, un "padre collettivo", amato persino quando si è mostrato, come spesso accadeva, "duro e crudele”. Ma allora perché lasciar andare Navalny e dargli l'opportunità di farla franca (anche se per poco, come affermato da Ilya Yashin), e poi tornare in Russia con una rinnovata aura di martirio? Soprattutto un avversario che, tra l'altro, sebbene popolare in Occidente, in Russia non gode di un seguito così ampio da essere effettivamente pericoloso.

Certamente, come vedremo meglio nel prossimo articolo, il regime ha subito avviato un'offensiva mediatica contro Navalny e contro “l'interferenza straniera”, che è costata anche la perdita di un importantissimo partner geopolitico, ovvero quel “rapporto speciale" che la Federazione Russa aveva tenuto fino a quel momento con la Germania (ricordo che la questione della produzione congiunta di vaccini anti-Covid è ancora in ballo). Come ho ripetutamente ribadito parlando del sistema di potere russo, non si muove mai in modo casuale, quindi perché questa volta sembra essersi volontariamente esposto in questo modo?

Vladimir Putin e Angela Merkel durante un incontro a Mosca. Foto di Repertorio

È possibile che ci troviamo di fronte a qualcosa di più oscuro e complesso?

Come abbiamo visto, l'aspetto granitico che il potere russo tende a mostrare è solo una facciata, sotto la quale si muovono tutti i tipi di gruppi di interesse economici e politici. Questo tentativo di assassinio è stato un regolamento di conti? E, in caso affermativo, tra chi? Tra Vladimir Putin e chi vorrebbe vedere un cambiamento ai vertici? Tra gli alti ranghi dei "silovki" che lottano per ingraziarsi il presidente o altri membri della sua cerchia?

Del resto l'unico che si è trovato in una situazione da “Comma 22” è stato lo stesso Presidente, che, nella suddetta conferenza di fine anno si è trovato a dover scegliere tra quale verità ammettere: che effettivamente l'ordine di uccidere il suo avversario politico era partita da lui, o, molto peggio, che la sua presa sull'apparato statale si sta lentamente sgretolando, e questo era solo uno degli effetti, il più visibile. Recentemente, messaggi hanno cominciato a circolare su una possibile "malattia" di Vladimir Putin (durante il periodo sovietico, "malattia" era un altro modo per dire "inadeguatezza", e generalmente annunciava la caduta dell'attuale segretario del PCUS) e sui movimenti politici che dovrebbero portare a un cambio di leadership, pur rimanendo nel quadro del “putinismo”, che sia vero o no (le fonti non sono sempre ciò che si potrebbe chiamare “sicure”), qualcosa sta accadendo dietro le quinte.

Ma ne parleremo meglio nella seconda parte, in cui prenderemo in considerazione gli eventi più attuali, cioè a partire dalla decisione di Alexey Navaly di tornare in Russia e tutto ciò che è seguito. Per ora vi lascio riflettere su queste domande che spero abbiano destato la vostra curiosità.

Grazie per essere arrivati fin qui e se volete condividere pensieri, opinioni o intuizioni, non esitare a contattarmi.

C'è qualcosa che possiamo imparare dalla guerra del Nagorno-Karabakh?

"La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente."

(Bertolt Brecht, Poemi 1913-1956)
"

Gunduz Agayev, Disegnatore Azero, vignetta satirica sul conflitto del 2020, per Meydan.tv

Bentornati su Unpredictablepast.com,

In questo articolo torneremo a parlare degli eventi inerenti l'area del Nagorno-Karabakh, a circa due mesi dalla fine del conflitto armato. Di recente ho letto questo articolo su "Military Lessons We Can Learn From the Nagorno-Karabakh War", e mi ha fatto pensare:

C'è davvero qualcosa che possiamo imparare dalla guerra del Nagorno-Karabakh?

Ovviamente mi riferisco a qualcos'altro, che non riguarda specificamente l'aspetto militare in sé. Ma, poiché è proprio questa la questione che ha attirato la mia attenzione, potrebbe essere un buon punto di partenza: l'intervallo di tempo trascorso ci consentirà di guardare gli eventi in prospettiva, e verificare se alcune delle ipotesi che erano state discusse in precedenza negli altri miei articoli erano corretti o meno.

Prima di iniziare, potrebbe essere utile un breve riassunto dei fatti: il conflitto è iniziato il 27 settembre 2020 quando l'esercito dell'Azerbaigian ha lanciato l'operazione Iron Fist (in originale, Dəmir Yumruq əməliyyatı) contro la Repubblica dell'Artsakh, creata dopo il guerra del 1988-1994 e territorio de facto della Repubblica di Armenia, sebbene ufficialmente riconosciuto come territorio azero, e si è concluso dopo circa un mese e due settimane di combattimenti, che hanno visto un'inarrestabile offensiva azera riconquistare molti territori del Karabakh, compresa la città di Shusha, fino ad un accordo trilaterale per la fine delle ostilità, ratificato il 10 novembre tra Armenia, Azerbaigian e Russia, che ha inviato sulla scena un contingente di 2000 uomini con la funzione di “PeaceKeeping”.

Per quanto riguarda gli eventi bellici stessi, e in particolare quello descritto dall'articolo, personalmente, più che uno scenario bellico di fantascienza, mi ricordano un vecchio detto francese: l’argent est le nerf de la guerre. L'Azerbaigian non si è comportato diversamente da molti altri petro-stati che conosciamo: gli enormi proventi delle risorse naturali vengono reinvestiti direttamente nell'esercito e negli apparati di sicurezza, il che non dispiace solo ai paesi produttori di armi (la maggior parte dei quali fa parte dell'Occidente). salvo poi indignarsi perché le armi vendute sono effettivamente usate. L'Armenia, che non possiede lo stesso tipo di risorse, era destinata a soccombere anche in una guerra più "convenzionale".

La seconda questione che mi viene in mente è che possiamo imparare a non fare previsioni su eventi di questo tipo: ad esempio, il fatto che il conflitto non si sia intensificato, cosa di cui molti erano apparentemente sicuri, ipotizzando un nuovo scenario "siriano" in il Caucaso. Non è stato così, come dissi all'epoca, principalmente per due motivi, legati tra loro: il primo è che l'area è circondata da potenze territoriali “relativamente” stabili, anche se alcune di queste, come la Turchia, hanno svolto un ruolo di primo piano nello svolgersi del conflitto; il secondo motivo è legato a quell'aggettivo “relativamente” che descrive la stabilità dei paesi circostanti: se tutti avevano interesse a “flettere i muscoli” nello scenario di guerra, nessuno aveva intenzione di entrare direttamente nel conflitto, che non avrebbe fatto altro che minare la precaria stabilità interna che si cela sotto la facciata roboante e bellicosa.

Potremmo imparare da quanto accaduto che non tutte le situazioni sono simili solo perché così ci appaiono: spesso la componente emotiva che accompagna l'analisi ci inganna, riflettendo più le nostre paure o speranze che uno studio accurato della situazione attuale e di ciò che ci circonda. Questo porta spesso molti verso una tendenza catastrofica non supportata da alcuna evidenza o fatto concreto, che, paradossalmente, spesso li fa distogliere lo sguardo quando gli eventi bellici sono terminati, senza comprendere che lo scenario reale da tenere d'occhio. nel caso di questi "conflitti congelati" è precisamente ciò che sta nel mezzo agli scontri reali. Ma i primi finiscono (nel bene e nel male) sui giornali, i secondi no.

Proteste a Yerevan contro il cessate il fuoco del 2020 in Nagorno-Karabakh. Fotografia di Garik Avakian

La terza cosa che possiamo imparare è di non voltare le spalle a uno scenario di guerra non appena si smette di sparare.

Ad esempio, sembra che la gente abbia in gran parte dimenticato ciò che sta accadendo in Armenia dopo l'accordo di cessate il fuoco, che, va ricordato, cede i "territori occupati" dell'Artsak all'Azerbaigian, è stato firmato dal primo ministro Nikol Pashinyan: migliaia di persone sono scesi in strada e centinaia hanno preso d'assalto gli edifici del Parlamento nella capitale Yerevan. Le proteste sono continuate per tutto il mese di novembre, con manifestazioni a Yerevan e in altre città che chiedevano le dimissioni del Primo Ministro, che solo due anni fa era l'eroe della Rivoluzione di Velluto.

Ora l'intera società armena ha trovato il suo capro espiatorio (tutti, dall'ex presidente Levor Ter-Petrosian ai due catholicoi della Chiesa apostolica armena Karekin II e Aram I, hanno chiesto le sue dimissioni); Il presidente dell'Assemblea nazionale Ararat Mirzoyan è stato quasi linciato dalla folla inferocita e dei manifestanti sono entrati a casa sua per minacciare sua figlia. L'11 novembre, altri manifestanti hanno invaso la stazione di Radio Liberty/Radio Free Europe a Yerevan attaccando i giornalisti, gridando loro "turchi" ed invitandoli a lasciare il paese; stessa sorte toccata alla sede della fondazione Open Society. D'altra parte, il governo ha reagito aumentando le limitazioni imposte dalla legge marziale e con arresti e rilasci dei principali leader dell'opposizione, chiaramente a scopo intimidatorio.

Ma questo è solo l'inizio: la cessione dei territori occupati dall'Azerbaigian significa l'inizio di un esodo di massa da quelle regioni della popolazione armena, che ha deciso di fare “terra bruciata” delle proprie città piuttosto che lasciarle nelle mani di gli azeri, arrivando persino a portare con sé i corpi dei loro parenti dai cimiteri (insieme all'ovvio vandalismo e saccheggio di alcuni luoghi di culto musulmani, in particolare nelle città più grandi). Quando questi sfollati arriveranno, presumibilmente, in Armenia, la situazione non farà che peggiorare, poiché le proteste non sembrano cessare, probabilmente aspettando proprio quel momento per ottenere la dimissione del governo.

Non c'è bisogno di essere un indovino per immaginare che il prossimo governo armeno si concentrerà il più possibile sul revanscismo per assicurarsi un lungo periodo di potere.

In particolare, ciò che resta a destare maggiore preoccupazione è l'area del Corridoio di Lachin: anch'esso dovrebbe, in teoria, essere restituito all'Azerbaijan, ultimo nella linea temporale, e non credo sia una coincidenza che proprio lì sia stata installata la forza di “Peacekeeping” della Federazione Russa. Per chi non ha letto la storia del conflitto, il Corridoio Lachin è un'area strategica che collega l'Armenia al Karabakh “montuoso”, la parte della regione che non è stata occupata dall'esercito azero e ciò che resta della Repubblica di Artsak, e da cui iniziò la guerra del 1988 - 94. Sì, perché, militarmente parlando, se è "relativamente" facile combattere nelle zone pianeggianti intorno alle montagne, è ben altra cosa prendere le aree trincerate sulle alture, dove l'offensiva "sci-fi" turco azera si è fermata. Pertanto, chi controlla la parte montuosa del Karabakh è di fatto in una posizione dominante, anche se può essere in minoranza. Come abbiamo visto, la Russia non si è mossa molto a favore dell'Armenia e del suo Primo Ministro “non approvato” dal Cremlino, ma non è certo che questa situazione non cambierà negli anni a venire.

Una mappa dell'accordo per il cessate il fuoco: le parti in blu/azzurro sono quelle che passeranno all'Azerbaigian, quella in arancione chiaro rappresenta il Karabakh Montuoso e quella contrassegnata con strisce rosse è l'area del Corridoio di Lachin

Così, mentre le truppe sfilano in parata a Baku, i semi della prossima guerra sono già stati seminati. E questo può portarci alla terza “lezione” che possiamo imparare dal conflitto del Nagorno-Karabakh, che è la funzione stabilizzatrice del conflitto stesso in alcune aree del mondo.

Questa volta è stato il caso dell'Azerbaigian, che, appoggiato dalla Turchia, ha deciso di portare fuori i suoi problemi interni, cercando di ritagliarsi un ruolo di primo piano all'interno della regione: l'importante è essere dei vincitori, e la trasformazione del Paese caucasico in un altro petro-stato che utilizza il reddito derivato dalle materie prime per investirle nella militarizzazione e nell'irreggimentazione della società si è realizzata. Come detto sopra, è probabile che un futuro non dissimile attenderà l'Armenia una volta che la fase di transizione diventerà un fatto, e soprattutto una volta che la Russia avrà risolto i suoi problemi interni.

Finché la situazione di “minaccia” persiste, i cittadini di entrambi i paesi hanno visto dissolversi i loro diritti e il fanatismo nazionalista salire come una marea, come abbiamo visto in precedenza per quanto riguarda l'Armenia: una situazione che toglie molti problemi ai regimi autoritari come l'Azerbaijan, e che fa presto dimenticare il ragionamento delle perdite in termini di vite umane e libertà civili per seguire l'emozione e l'isteria della “vittoria”. Almeno per ora.

Ecco, credo che queste siano le “possibili” lezioni che possiamo trarre da un conflitto come quello del Nagorno-Karabakh, mentre i giornali occidentali, se e quando ne parlano, si dilettano nell'interessante dissertazione su quali siano stati i migliori “droni ", se quelli di Erdogan o Nethanyau, senza chiedersi chi e perché li abbia mossi, usando termini pseudo-intellettuali come Neo-Ottomanismo o" Guerra Ibrida ", o addirittura tirati fuori da alcuni libri di William Gibson (con tutto il rispetto), come "Cyberwarfare" per mascherare il proprio colpevole disinteresse.

L'ultima lezione che possiamo imparare è forse questa: il nostro colpevole disinteresse. Certo, siamo tutti concentrati su una pandemia globale che ha colpito le nostre vite in un modo o nell'altro, ma al di là di questo sembra che eventi stranieri, come la guerra del Nagorno-Karabakh, attirino la nostra attenzione solo per un breve periodo, un po 'come fuochi d'artificio: li guardiamo finché fanno rumore e scintillano, quindi volgiamo lo sguardo su qualcos'altro che luccica altrove.

Spero che queste righe possano avervi fornito alcune riflessioni interessanti e che non siano state troppo “astratte”. Vi ringrazio per essere arrivati alla fine ed arrivederci alla prossima settimana.

L'Occidente può davvero salvare la Bielorussia?

“Anche quando diventavano scontenti, come accadeva a volte, il loro malcontento non portava da nessuna parte, perché essendo privi di idee generali, potevano concentrarlo solo su piccole lamentele specifiche. I mali maggiori sfuggivano invariabilmente alla loro attenzione."

(George Orwell, 1984)

Il presidente bielorusso Alyaksandr Lukashenka saluta il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov durante la riunione del 26 novembre a Minsk. (Nikolai Petrov / BelTA)

Bentornati su Unpredictablepast,

Torniamo in Bielorussia, come promesso, nel caso ci fosse stato qualcosa di nuovo all'orizzonte. Ma questa volta posso andare più diretto al punto della questione, poiché il contesto storico e sociale è già stato ampiamente trattato.

Principalmente, due eventi recenti mi hanno riportato alla questione: il primo è un appello all'Occidente (quindi agli Stati Uniti ed all' Unione Europea) fatta dalla leader dell'opposizione Sviatlana Tsikhanouskaya, per intensificare le sanzioni contro il regime e spingere così Lukashenko a cedere, e la seconda, sempre in questo senso, è la possibilità messa in atto dallo stesso dittatore di riformare la Costituzione e lasciare la carica di Presidente dopo 26 anni, probabilmente sotto la pressione della Russia, e perché, come ho affermato in precedenza, qualcosa si stà sgretolando all'interno di quella parte di Stato che gli è rimasta fedele: gli Apparati di Sicurezza..

Inoltre, mi è capitato di leggere questo articolo di Natalia Radina su chapter97.org, intitolato "La Battaglia che Definirà il Destino del Pianeta" o "Perché l'Occidente dovrebbe salvare la Bielorussia", e più di perchè mi ha fatto pensare a come. Già, perché in tutto questo c'è ancora una domanda irrisolta, alla quale tutti sembrano evitare di chiedere una risposta: qual è il futuro della Bielorussia post-Lukashenko?

Non è una domanda che vorrei porre ad analisti o esperti, e non è un "esperimento" per fare previsioni (di cui, come sapete, sono molto sospettoso), ma una seria richiesta al Consiglio di Coordinamento Bielorusso e al suo membri, che ho deciso di mettere qui per iscritto, chissà che non sia possibile chiarirle:

1. La futura Bielorussia tenterà di aderire/avvicinarsi all'Unione Europea?

2. Quali saranno le relazioni del futuro governo bielorusso con la Russia?

3. Qual è la posizione del Consiglio di Coordinamento sulla pena di morte?

4. Verrà redatta una nuova Costituzione che tenga conto dei problemi di quella passata (es. Si supererà il “super-presidenzialismo”)?

5. Come intende rapportarsi un eventuale nuovo governo alla burocrazia e all'apparato statale creati negli ultimi 26 anni e attualmente al potere?

6. In che modo un eventuale nuovo governo si regolamenterebbe in materia di trasparenza e responsabilità (ad esempio numeri di pandemia Covid-19)?

7. Quali saranno i rapporti tra Stato e Chiesa? Quali quelli con le minoranze e la comunità LGBT?

8. Come affronterà il nuovo governo le riforme economiche necessarie per modernizzare il paese?

La leader dell'opposizione bielorussa Svyatlana Tsikhanouskaya tiene un discorso mentre tiene una foto del politico e prigioniero politico Mikalay Statkevich mentre riceve il premio Sakharov per i diritti umani al Parlamento europeo a Bruxelles il 16 dicembre.

Ovviamente le domande precedenti vanno prese secondo il criterio del diritto/dovere di cronaca. Sono assolutamente favorevole alla fine del regno del terrore di Aleksandr Lukashenko e solidale con coloro che sono ingiustamente in prigione, in esilio o che continuano a subire abusi fisici e psicologici, ma questo non basta: i bielorussi sembrano disposti a cambiare i loro governanti, ma sono ugualmente disposti a cambiare il loro stile di vita?

Purtroppo, prima o poi, anche l'idealismo più genuino dovrà affrontare la realtà di un Paese che è rimasto chiuso in se stesso per quasi trent'anni, e che inevitabilmente inizierà a subire pressioni da tutte le parti, politiche ed economiche. Questo l'ho già spiegato negli articoli precedenti. Non basta parlare di democrazia perché si materializzi magicamente, o di rinnovamento per far cedere il passo a chi è strettamente legato al vecchio apparato.

L'attivismo dell'opposizione bielorussa ha fatto qualcosa di straordinario, ma ora è il momento di mettere le carte in tavola. Sì, come ha detto Tsikhanouskaya, i leader europei potrebbero essere più "coraggiosi", ma la questione per il momento rimane nelle mani del popolo bielorusso e di quanto è forte il loro desiderio di cambiamento.

Altrimenti, il prossimo "Lukashenko” è dietro l'angolo, sarà solo questione di tempo.

Lontano dagli Sguardi: Cosa sta succedendo in Russia? - Parte III

La Russia non è un paese lineare. La modernizzazione è avvenuta a tappe forzate. E il sottofondo zarista non è mai stato del tutto cancellato. Questo significa che le menti più sveglie difficilmente sanno adattarsi alla situazione.

(Dimitrij Volčič, Politico e giornalista italiano)

Bentornati in Russia, amici miei

In questo ultimo articolo (al solito “ultimo” è relativo alla questione) prenderemo in esame alcuni altri eventi recenti riguardanti la Federazione Russa e ciò che sta accadendo al suo interno e che, a causa di altri eventi, è passato in sordina.

Nei due articoli precedenti abbiamo analizzato gli eventi legati alla Pandemia di SARS-CoV2, e come questa abbia apertamente messo in luce le debolezze economiche e istituzionali della Russia costruite da Vladimir Putin: infatti, la cosa che si nota di più se si guarda ai media generalisti, è l'improvvisa scomparsa della Russia (fatta eccezione per la questione riguardante l'inafferrabile vaccino Sputnik V), la quale fino a poco tempo fa era concentrata su un'ampia operazione di propaganda globale, il cui scopo principale era, ed è tuttora, ricostruire il ruolo della Russia come una grande potenza, quindi come punto di riferimento alternativo agli Stati Uniti e all'Europa, ma anche alla Cina, almeno in termini di “immagine”.

Sì, l'immagine della Russia. Questo potrà sembrarvi strano, a prima vista, ma posso assicurarvi che il problema principale nella testa delle élite russe è proprio questo: che immagine di se stessa mostra la Russia, ed è applicabile in ogni campo e ogni evento che ha coinvolto il periodo post-sovietico. L'argomento è abbastanza lungo e complesso, quindi per ora vi chiedo di tenere presente questo concetto, ulteriori spiegazioni saranno oggetto di una trattazione specifica. Volendo, potremmo riprendere la famosa citazione da "L'Arte della Guerra":

"Mostrati debole quando sei forte e forte quando sei debole."

(Sun Tzu, L'Arte della Guerra)

Ecco, il Governo russo pensa più o meno in questi termini, sostituendo "debole" con "ben disposto". Se guardiamo gli ultimi eventi attraverso questa lente, tutto dovrebbe apparire molto più chiaro. Ho detto che la Russia è scomparsa dai media, ma questo è solo parzialmente corretto: da un lato, salvo eventi clamorosi, l'Occidente è soprattutto concentrato su come affrontare la Pandemia, ed è naturale (almeno secondo la logica mediatica) che tutto il resto passi in secondo piano, ma è altrettanto vero che i leader russi hanno subito approfittato della situazione per “sparire” e regolare le questioni interne al riparo da occhi indiscreti. Anche nei momenti in cui, in una situazione "normale" (si pensi solo un paio di anni fa), avremmo avuto un'ondata di propaganda martellante, come nei casi della Bielorussia, Nagorno-Karabakh, Iran, elezioni statunitensi, ecc.

E invece niente, o quasi.

Per darvi un altro esempio molto recente, potete leggere l'ottimo articolo del professor Vladislav Inozemtsev, pubblicato dall'Istituto della Russia Moderna. Si tratta di una questione complessa, ovvero quella della recente riforma delle “Istituzioni per lo Sviluppo”, ma, a parte la questione economico-amministrativa, anche il professor Inozemtsev può solo concludere con l'idea di come l'intero processo sia sostanzialmente una grande manovra di facciata, mirante molto più a regolare i conti all'interno dei gruppi di potere russi ed a “ridistribuire” tra loro la gestione dei flussi economici del Paese, che ad attuare un serio progetto di riforma economica, per affrontare un futuro post-pandemico.

Esattamente come accaduto per la Gestione della Pandemia e l'apparente concessione di autonomia alle Regioni (che nel frattempo è degenerata in un malcontento sempre più evidente, con proteste di massa soprattutto nelle regioni Trans-Uraliche), anche qui ci troviamo di fronte a un operazione di marketing: si cerca di vendere una “riforma” che cancelli una serie di entità statali inutili e improduttive, ma che in realtà serve a ridistribuire ruoli, poteri e influenze politiche ed economiche.

Come è già accaduto (si pensi allo stesso Vladimir Putin, o al suo eterno secondo, Dimitry Mevdeved) a occuparsi dell'ennesimo pacchetto di riforme è un personaggio politico apparentemente saltato fuori dal nulla: il nuovo Premier Mikhail Vladimirovič Mišustin. Un uomo che si è inserito all'interno dell'amministrazione russa sin dal periodo Eltsin (nell'agosto 1998 la sua prima nomina, quella di vicedirettore del Servizio fiscale statale) e che ora si trova improvvisamente al centro della scena, con una popolarità salita vertiginosamente alle stelle (grazie soprattutto all'erogazione di numerosi sussidi alle economie particolarmente colpite dalla pandemia), seconda solo a quella del presidente Putin.

Lui, come detto, dovrà fare i conti con questo ennesimo tentativo di “riorganizzazione” che ha ben poco a che fare con l'economia: non è un caso che, un personaggio rimasto per decenni in secondo piano, abbia iniziato a trattare la sua immagine in modo quasi maniacale, ed a vedere all'improvviso nascere attorno a lui un “circolo” di lealisti, a cui ovviamente appartengono tutti quei personaggi coinvolti nella ristrutturazione di questi apparati para-statali: quando l'economia annaspa sono necessari dei tagli (anche se, come detto, solo la facciata) e ognuno cerca il proprio posto sicuro su una scialuppa di salvataggio sempre più affollata.

Non è un caso che, accanto a lui in questa impresa, ci sia Dmitriy Cherhyshenko, il "media manager" che deve la sua fama alla creazione della pubblicità aggressiva per la Compagnia MMM, che, per chi non lo sapesse, fu un gigantesco “Schema Ponzi” nato durante la riforme economica dell'era Eltsin, e che ridusse in miseria migliaia di risparmiatori, ingannati dalla promessa di guadagni facili e decisamente incapaci di capire cosa stavano facendo (erano i primi anni '90 e i russi avevano appena abbandonato il sistema sovietico). Una garanzia.

Mosca, piazza Bolotnaya, 6 maggio 2015: il giornalista russo Alexander Ryklin tiene un picchetto solitario che tiene in mano un poster che recita: "In questo luogo, il 6 maggio 2012, la polizia ha attaccato una manifestazione pacifica". Il picchetto è durato solo pochi istanti, poiché Ryklin è stato immediatamente arrestato dalla polizia. Foto: Wikimedia Commons.

In tutto questo, l'unica cosa che sembra avere risvolti concreti è l'attuazione di una normativa sempre più restrittiva in merito al diritto di assemblea, garantito de jure dall'articolo 31 della Costituzione della Federazione Russa ma de facto fortemente limitato da una gigantesca macchina burocratica, che pone una barriera legislativa a livello sia federale che locale. Da anni ormai è così che le autorità russe hanno bloccato qualsiasi tipo di manifestazione: basta un piccolo errore nel compilare la miriade di scartoffie richieste, ufficialmente per la “sicurezza dei cittadini”, per negare un diritto sancito costituzionalmente. In ordine cronologico, l'ultima proposta presentata alla Duma dal partito Russia Unita è quella di richiedere informazioni bancarie a chi organizza manifestazioni, che si teme siano “finanziate da persone ostili al Paese, come George Soros o Hillary Clinton”.

Ovviamente informazioni inesatte o incomplete (o forse semplicemente non disponibili, come nel caso di flash mob o dimostrazioni spontanee) porteranno alla cancellazione della manifestazione, o alla sua brutale dispersione da parte delle squadre antisommossa. La perfetta combinazione di propaganda e limitazione dello spazio legale per la protesta, poiché le autorità trovano sempre più modi per limitare quando, dove e come le persone possano esprimere le loro richieste. 

In conclusione, potremmo dire che questo è stato l'ennesimo periodo di occasioni mancate per riformare seriamente la Federazione Russa, il cui governo ha invece preferito consolidare la propria posizione, cogliere l'occasione per eliminare qualche “zavorra” e regolare i conti all'interno delle diverse fazioni, ancora tenute in equilibrio dalla figura del Presidente. È mia opinione che questo tentativo di sparire dai riflettori mostrerà presto le sue pericolose conseguenze, in un futuro non troppo lontano.

Grazie per aver letto questa serie di scritti, come al solito, per qualsiasi domanda o chiarimento, non esitate a contattarmi.

Nay, come, let’s go together.

Vienite allo scoperto per Shilts, Ancora una volta. Giornata mondiale contro l'AIDS 2020

“Più tardi, tutti concordarono che i bagni avrebbero dovuto essere chiusi prima; hanno convenuto che l'educazione sanitaria avrebbe dovuto essere più diretta e più tempestiva. E tutti hanno anche convenuto che le banche del sangue avrebbero dovuto testare il sangue prima, e che la ricerca del virus dell'AIDS avrebbe dovuto essere iniziata prima, e che gli scienziati avrebbero dovuto mettere da parte i loro piccoli intrighi. Tutti successivamente hanno convenuto che i mezzi di informazione avrebbero dovuto offrire una migliore copertura dell'epidemia molto prima e che il Governo Federale avrebbe dovuto fare molto, molto di più. Tuttavia, quando tutti furono d'accordo su tutto ciò, era troppo tardi.

Invece le persone sono morte. Decine di migliaia di loro."

Randy Shilts, in una foto del 1993, con il suo cane Dash. Foto: VINCE MAGGIORA

Bentornati, amici miei

Oggi, 1 dicembre, è la Giornata mondiale contro l'AIDS. So che suona come un argomento diverso da quello che di solito vi propongo, ma non lo è.

Parlare di AIDS, nel lettore medio, genera una reazione non diversa dal parlare del Nagorno-Karabakh: si pensa a un luogo lontano dove le persone muoiono per ragioni apparentemente incomprensibili, o nel peggiore dei casi, per comportamenti “barbari”. Così come vi ho proposto di parlare di quei luoghi lontani, vi racconterò anche di questo posto che, lo ammetto con vergogna, fino a poco tempo fa era altresì lontano dalla mia portata.

La sindrome da immunodeficienza acquisita ha ucciso oltre 25 milioni di persone dal 1981, diventando una delle epidemie più distruttive di tutta la storia dell'umanità. Sebbene l'accesso alle terapie e ai farmaci antiretrovirali sia recentemente migliorato, in molte regioni del mondo l'epidemia di AIDS ha causato circa 3,1 milioni di vittime nel 2005 (le stime variano da 2,9 a 3,3 milioni), di cui più della metà (570.000) erano bambini. Quest'anno i nuovi contagi ammontano a un milione e settecentomila ed i decessi a 690.000.

Dal 1988, l'Organizzazione mondiale della sanità ha fissato questa giornata per sensibilizzare sulla pandemia di AIDS causata dalla diffusione del virus dell'HIV e per ricordare coloro che sono morti a causa della malattia. Fino al 1985, tuttavia, l'epidemia si è spostata in modo invisibile e incontrollabile in tutto il mondo.

Perché? Soprattutto perché ne ha colpito i "paria": in Occidente, principalmente omosessuali e tossicodipendenti, e immaginate allora quale poteva essere l'interesse alla sua diffusione in quelli che erano i paesi cosiddetti del "terzo mondo", dove ha avuto origine la malattia, fino a quando le cose hanno raggiunto proporzioni abnormi. Proprio come quando si sente parlare di eventi tragici in paesi lontani, chi muore e soffre diventa un'entità lontana, e spesso noi che ci occupiamo di geopolitica trattiamo tutto questo come una partita a scacchi, in cui necessariamente si perdono dei “pezzi”.

Quanto a me, mi sono trovata faccia a faccia con questa parte della Storia Occidentale, che abbiamo accuratamente chiuso in un cassetto, circa un anno e mezzo fa, quando mi è stato chiesto aiuto per un progetto di tutt'altra natura, nello specifico, di psicologia. Quando mi è stato chiesto di ricostruire la storia dei primi anni della pandemia, sono rimasto scioccato dalla scarsa quantità di informazioni disponibili, anche su riviste specializzate. Ed è chiedendomi il motivo di questa mancanza di cronache che ho "incontrato" Randy Shilts.

Dico "incontrato", perché, sebbene Shilts sia morto quando io ero ancora un bambino, il suo libro "And the Band Played On", che racconta quei primi anni avvolti nel mistero, non è solo un racconto storico, ma è l'eco di centinaia di voci che ci vengono da un passato non troppo lontano e che abbiamo dimenticato. Sicuramente è anche merito del suo stile di scrittura (per capirci potremmo paragonarlo a quello di Truman Capote o, più recentemente, a quello di Svetlana Aleksevic), ma c'è di più: Shilts, attivista del Movimento di Liberazione Omosessuale (come si chiamava allora) fin dall'Università, è stato coinvolto in prima persona nella pandemia di AIDS, e ci fa vivere insieme a lui e ai suoi contemporanei, quella parte di storia, attraverso un racconto corale “bello e terribile come un esercito schierato in battaglia ”, per usare le parole di Umberto Eco.

Leggendo il libro si ha la sensazione di partecipare a quei momenti e, se si tiene conto che non si tratta di storie di fantasia ma di giornalismo investigativo di prim'ordine (ad eccezione di alcune parti aggiunte dopo la sua morte dal suo editore, che considero una vera pugnalata alla schiena, ma se avete letto, o leggerete il libro, vi renderete subito conto di quali sono), siamo di fronte a una testimonianza straordinaria. Il giornalista del San Francisco Chronicle ci accompagna in quello scorcio di storia, ci mostra l'apice della lotta per i diritti civili degli omosessuali e la sua caduta per mano di una misteriosa malattia, ci mostra la sofferenza di chi non poteva fare altro che soccombere, il coraggio di coloro che si sono spesi con ogni cellula del proprio corpo per trovare una soluzione, l'avidità del business del sesso a pagamento, l'inconsapevolezza delle vittime, la mancanza di azione della Presidenza Reagan e l'odio verso quelli, come lui, che chiedevano a gran voce un cambiamento nello stile di vita omosessuale ed erano accusati di essere “fascisti”, la rettitudine di alcuni improbabili politici (come il senatore mormone Orrin Hatch) e la spregevolezza di chi voleva approfittare della situazione.

Ma soprattutto ci mostra l'indifferenza, colpevole o meno, della società dell'epoca (in questo caso specifico americana, ma in altri paesi la situazione era identica se non peggiore), mentre pochi si battevano contro la marea che cercava di sommergerli: erano medici , clinici, ricercatori, politici, attivisti, burocrati, scrittori e semplici cittadini. Ed un reporter del Chronicle, che ha combattuto con loro e ci ha fatto conoscere le loro parole e le loro azioni.

Posso solo rispondere che ho cercato di dire la verità e, se non di essere obiettivo, almeno di essere giusto; non si rende un buon servizio alla Storia quando i giornalisti attribuiscono più valore al sensazionalismo ed alla carriera, piuttosto che alla correttezza ed al solido dovere giornalistico di raccontare l'intera vicenda.

Randy Shilts, da un'intervista al Los Angeles Times, 18 febbraio 1994)

Leggere i suoi scritti, per me non è stata solo una lezione di giornalismo, o uno sguardo ad un periodo della storia recente che è molto poco studiato, ma una lezione di umanità: ci racconta di una società che non intende cambiare il proprio stile di vita, anche di fronte alla sofferenza e alla morte di tanti, di politici e giornalisti che cercano di approfittare della situazione per guadagnare consensi o popolarità, di scienziati e medici che non rinunciano alla loro vanità accademica.

Ma anche che ci sono state e ci sono ancora persone disposte a combattere per ciò che è giusto, senza mezzi, senza attenzione e senza supporto contro un nemico invisibile e letale. Leggere i suoi scritti durante questa pandemia, mi ha dato la forza di affrontarla a modo mio, nonostante vedessi ogni giorno gli stessi comportamenti sbagliati, egoistici e demagogici ripetersi davanti ai miei occhi: un'altra storia di codardia e coraggio.

Questo breve pezzo vuole essere un incoraggiamento a non arrendersi, per assicurarsi che l'eredità di uomini come Randall Martin Shilts non venga dimenticata dopo che la tempesta è passata e dopo che la loro vita si è estinta, magari anche approfondendo presto l'argomento in questione.

Uscite allo scoperto per Shilts, ancora una volta, non con la vostra sessualità, ma con il vostro coraggio.

Grazie, Randy.

Hero,

Is the voice of reason

Against the howling mob,

Is the pride of purpose

In the unrewarding job… 

(Rush, “Nobody’s Hero“, from Counterparts 1993)