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Vienite allo scoperto per Shilts, Ancora una volta. Giornata mondiale contro l'AIDS 2020

“Più tardi, tutti concordarono che i bagni avrebbero dovuto essere chiusi prima; hanno convenuto che l'educazione sanitaria avrebbe dovuto essere più diretta e più tempestiva. E tutti hanno anche convenuto che le banche del sangue avrebbero dovuto testare il sangue prima, e che la ricerca del virus dell'AIDS avrebbe dovuto essere iniziata prima, e che gli scienziati avrebbero dovuto mettere da parte i loro piccoli intrighi. Tutti successivamente hanno convenuto che i mezzi di informazione avrebbero dovuto offrire una migliore copertura dell'epidemia molto prima e che il Governo Federale avrebbe dovuto fare molto, molto di più. Tuttavia, quando tutti furono d'accordo su tutto ciò, era troppo tardi.

Invece le persone sono morte. Decine di migliaia di loro."

Randy Shilts, in una foto del 1993, con il suo cane Dash. Foto: VINCE MAGGIORA

Bentornati, amici miei

Oggi, 1 dicembre, è la Giornata mondiale contro l'AIDS. So che suona come un argomento diverso da quello che di solito vi propongo, ma non lo è.

Parlare di AIDS, nel lettore medio, genera una reazione non diversa dal parlare del Nagorno-Karabakh: si pensa a un luogo lontano dove le persone muoiono per ragioni apparentemente incomprensibili, o nel peggiore dei casi, per comportamenti “barbari”. Così come vi ho proposto di parlare di quei luoghi lontani, vi racconterò anche di questo posto che, lo ammetto con vergogna, fino a poco tempo fa era altresì lontano dalla mia portata.

La sindrome da immunodeficienza acquisita ha ucciso oltre 25 milioni di persone dal 1981, diventando una delle epidemie più distruttive di tutta la storia dell'umanità. Sebbene l'accesso alle terapie e ai farmaci antiretrovirali sia recentemente migliorato, in molte regioni del mondo l'epidemia di AIDS ha causato circa 3,1 milioni di vittime nel 2005 (le stime variano da 2,9 a 3,3 milioni), di cui più della metà (570.000) erano bambini. Quest'anno i nuovi contagi ammontano a un milione e settecentomila ed i decessi a 690.000.

Dal 1988, l'Organizzazione mondiale della sanità ha fissato questa giornata per sensibilizzare sulla pandemia di AIDS causata dalla diffusione del virus dell'HIV e per ricordare coloro che sono morti a causa della malattia. Fino al 1985, tuttavia, l'epidemia si è spostata in modo invisibile e incontrollabile in tutto il mondo.

Perché? Soprattutto perché ne ha colpito i "paria": in Occidente, principalmente omosessuali e tossicodipendenti, e immaginate allora quale poteva essere l'interesse alla sua diffusione in quelli che erano i paesi cosiddetti del "terzo mondo", dove ha avuto origine la malattia, fino a quando le cose hanno raggiunto proporzioni abnormi. Proprio come quando si sente parlare di eventi tragici in paesi lontani, chi muore e soffre diventa un'entità lontana, e spesso noi che ci occupiamo di geopolitica trattiamo tutto questo come una partita a scacchi, in cui necessariamente si perdono dei “pezzi”.

Quanto a me, mi sono trovata faccia a faccia con questa parte della Storia Occidentale, che abbiamo accuratamente chiuso in un cassetto, circa un anno e mezzo fa, quando mi è stato chiesto aiuto per un progetto di tutt'altra natura, nello specifico, di psicologia. Quando mi è stato chiesto di ricostruire la storia dei primi anni della pandemia, sono rimasto scioccato dalla scarsa quantità di informazioni disponibili, anche su riviste specializzate. Ed è chiedendomi il motivo di questa mancanza di cronache che ho "incontrato" Randy Shilts.

Dico "incontrato", perché, sebbene Shilts sia morto quando io ero ancora un bambino, il suo libro "And the Band Played On", che racconta quei primi anni avvolti nel mistero, non è solo un racconto storico, ma è l'eco di centinaia di voci che ci vengono da un passato non troppo lontano e che abbiamo dimenticato. Sicuramente è anche merito del suo stile di scrittura (per capirci potremmo paragonarlo a quello di Truman Capote o, più recentemente, a quello di Svetlana Aleksevic), ma c'è di più: Shilts, attivista del Movimento di Liberazione Omosessuale (come si chiamava allora) fin dall'Università, è stato coinvolto in prima persona nella pandemia di AIDS, e ci fa vivere insieme a lui e ai suoi contemporanei, quella parte di storia, attraverso un racconto corale “bello e terribile come un esercito schierato in battaglia ”, per usare le parole di Umberto Eco.

Leggendo il libro si ha la sensazione di partecipare a quei momenti e, se si tiene conto che non si tratta di storie di fantasia ma di giornalismo investigativo di prim'ordine (ad eccezione di alcune parti aggiunte dopo la sua morte dal suo editore, che considero una vera pugnalata alla schiena, ma se avete letto, o leggerete il libro, vi renderete subito conto di quali sono), siamo di fronte a una testimonianza straordinaria. Il giornalista del San Francisco Chronicle ci accompagna in quello scorcio di storia, ci mostra l'apice della lotta per i diritti civili degli omosessuali e la sua caduta per mano di una misteriosa malattia, ci mostra la sofferenza di chi non poteva fare altro che soccombere, il coraggio di coloro che si sono spesi con ogni cellula del proprio corpo per trovare una soluzione, l'avidità del business del sesso a pagamento, l'inconsapevolezza delle vittime, la mancanza di azione della Presidenza Reagan e l'odio verso quelli, come lui, che chiedevano a gran voce un cambiamento nello stile di vita omosessuale ed erano accusati di essere “fascisti”, la rettitudine di alcuni improbabili politici (come il senatore mormone Orrin Hatch) e la spregevolezza di chi voleva approfittare della situazione.

Ma soprattutto ci mostra l'indifferenza, colpevole o meno, della società dell'epoca (in questo caso specifico americana, ma in altri paesi la situazione era identica se non peggiore), mentre pochi si battevano contro la marea che cercava di sommergerli: erano medici , clinici, ricercatori, politici, attivisti, burocrati, scrittori e semplici cittadini. Ed un reporter del Chronicle, che ha combattuto con loro e ci ha fatto conoscere le loro parole e le loro azioni.

Posso solo rispondere che ho cercato di dire la verità e, se non di essere obiettivo, almeno di essere giusto; non si rende un buon servizio alla Storia quando i giornalisti attribuiscono più valore al sensazionalismo ed alla carriera, piuttosto che alla correttezza ed al solido dovere giornalistico di raccontare l'intera vicenda.

Randy Shilts, da un'intervista al Los Angeles Times, 18 febbraio 1994)

Leggere i suoi scritti, per me non è stata solo una lezione di giornalismo, o uno sguardo ad un periodo della storia recente che è molto poco studiato, ma una lezione di umanità: ci racconta di una società che non intende cambiare il proprio stile di vita, anche di fronte alla sofferenza e alla morte di tanti, di politici e giornalisti che cercano di approfittare della situazione per guadagnare consensi o popolarità, di scienziati e medici che non rinunciano alla loro vanità accademica.

Ma anche che ci sono state e ci sono ancora persone disposte a combattere per ciò che è giusto, senza mezzi, senza attenzione e senza supporto contro un nemico invisibile e letale. Leggere i suoi scritti durante questa pandemia, mi ha dato la forza di affrontarla a modo mio, nonostante vedessi ogni giorno gli stessi comportamenti sbagliati, egoistici e demagogici ripetersi davanti ai miei occhi: un'altra storia di codardia e coraggio.

Questo breve pezzo vuole essere un incoraggiamento a non arrendersi, per assicurarsi che l'eredità di uomini come Randall Martin Shilts non venga dimenticata dopo che la tempesta è passata e dopo che la loro vita si è estinta, magari anche approfondendo presto l'argomento in questione.

Uscite allo scoperto per Shilts, ancora una volta, non con la vostra sessualità, ma con il vostro coraggio.

Grazie, Randy.

Hero,

Is the voice of reason

Against the howling mob,

Is the pride of purpose

In the unrewarding job… 

(Rush, “Nobody’s Hero“, from Counterparts 1993)