The War of the Wor(l)ds
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The War of the Wor(l)ds

Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell'indurre l'inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola "bipensiero" ne implicava l'utilizzazione. (1984)

L'Eredità di George Orwell nel XXI Secolo

Chi non conosce George Orwell (il cui vero nome era in realtà Eric Arthur Blair)? Anche solo per sentito dire, è riconosciuto come uno degli autori che hanno avuto un ruolo primario nella creazione letteratura distopica: il suo romanzo più noto, "1984", pubblicato nel 1948, due anni prima della sua morte, è forse quello che più di ogni altro è radicato nel l'immaginario collettivo come metafora del potere, della violenza e del controllo esercitati da uno stato totalitario.

Ricordo ancora quella notte piovosa, nella cuccetta di un treno, mentre tutti gli altri dormivano, finire quel libro alla luce di una piccola torcia. Ripensando a quel giorno, posso dire che è stato, insieme a pochi altri, uno dei pochi libri veramente significativi della mia vita. Da quel giorno non ci fu più modo di tornare indietro.

Il 117 ° anniversario della nascita dello scrittore si è celebrato il 25 giugno scorso e la seguente citazione è apparsa ovunque: "In un'epoca di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario“.

Il fatto è che quella citazione non è di Orwell, ma è solo attribuita a lui.

Questo mi ha fatto pensare. Di tutta la produzione di un autore intelligente, lungimirante e sagace, quasi tutti vanno a prendere una citazione “attribuita” per rendergli omaggio. Strano? Sì e no.

Il giorno dopo sono andato a cercare un'altra opera di Orwell nella mia biblioteca, un piccolo opuscolo intitolato La Politica e la Lingua Inglese, pubblicato per la prima volta nel 1945. Riscoprire questo libricino è stato un vero piacere, non c'è dubbio: in sole venti pagine la penna dello scrittore traccia quello che diventerà il quadro teorico dei suoi romanzi, e che ancora oggi, a 75 anni dalla sua scrittura, mostra il vero problema della nostra società.

Se state pensando a telecamere di sorveglianza ovunque, strumenti di controllo ad alta tecnologia, smartphone spia e tutto quel tipo di immagini da il "Grande Fratello ti guarda", siete fuori strada. Come dice il titolo, la riflessione dell'autore è sulla lingua (in questo caso l'inglese, ma chiunque può tranquillamente pensare alla propria lingua e il ragionamento non cambierà), su cosa ne facciamo (e su) e cosa essa fa a noi.

Per chiunque abbia assimilato i concetti che Orwell voleva esprimere nei suoi scritti, la questione era già lampante. Per molti altri, tuttavia, l'immaginario dello scrittore si è trasformata esattamente in ciò contro cui ha combattuto: metafore banali, scrittura sciatta, "stile imitativo".

Considerando tutto il tempo trascorso, ovviamente dovremo “ripensare” ad alcune affermazioni, che potrebbero sembrare “antiquate”. Il punto fondamentale è un altro, ovvero quanto il pensiero acuto di Orwell sia riuscito a cogliere un meccanismo che ha accompagnato lo sviluppo della società (non solo quella britannica, su cui si sofferma lo scrittore, ma quella mondiale, vista la diffusione e lo sviluppo di sempre più immediati. e sofisticati sistemi di comunicazione e la diffusione della lingua inglese come "Lingua Franca" nel corso di sette decenni.

Prima di introdurre il concetto fondamentale, vorrei illustrare i quattro punti che lo scrittore prende in considerazione per elaborare la sua teoria:

  • Come linguaggio e pensiero si influenzano a vicenda, creando un sistema “organico” e non un semplice sistema di comunicazione;
  • Come, già nel periodo in cui è stato scritto il libro, si verificasse un fenomeno di “Costruzione Automatica” delle frasi e cosa questo implica in relazione al punto precedente;
  • Come il problema esposto non è una questione di “sentimentalismo”, “arcaismo” o “luddismo linguistico”, che riguarda solo gli accademici, ma una questione politica di primaria importanza;
  • Cosa significa "Difendere il linguaggio" (e cosa non significa) e come (e se) è possibile farlo;

I quattro punti sopra elencati verranno analizzati in dettaglio in altrettanti articoli settimanali: se è vero che tutto è ben espresso dallo scrittore in poche pagine, è altrettanto vero che le tematiche meritano un'analisi più approfondita, e anche uno sguardo “storico”: come accennato in precedenza, sono passati quasi ottant'anni e, per quanto “attuale” risulti essere analisi, Orwell non era un veggente e di certo non poteva immaginare i cambiamenti avvenuti nel nostro modo di esprimerci e nello sviluppo della nostra società.

Da parte mia, credo che il punto focale di questo particolare articolo (e della successiva produzione di Orwell, fino a "1984") sia che attraverso il linguaggio tutti noi, come società, stiamo combattendo una Guerra. Una Guerra che, come le altre, è politica, economica e sociale, e che comporta anche delle vittime. Ognuno di noi è, consciamente o inconsciamente, coinvolto. E se, come afferma l'autore, l'obiettivo fondamentale di una "Buona Scrittura" è quello di ottenere "chiarezza e comprensibilità", posso tranquillamente affermare che nel corso di questi decenni abbiamo perso molte battaglie.

Con questa affermazione non è mia intenzione infondere un senso di depressione o dichiarare resa: solo fare il punto di una situazione che è molto compromessa, ed i cui confini sono diventati sempre più grandi nel corso degli anni: per certi versi “fossilizzandosi” e per altri procedendo a una velocità sbalorditiva (in particolare dal punto di vista “tecnologico”). Quello che voglio dire è che non solo dobbiamo agire, ma dobbiamo farlo in modo critico, con la strategia. Per fare questo dobbiamo riprendere l'eredità lasciataci da Orwell, e ripartire da dove era rimasto: osservare e analizzare il linguaggio e il suo rapporto con la nostra realtà.

La guerra non è finita. Possiamo ancora invertire il processo.

Faccio fatica a immaginare chi e come possa raccogliere un simile appello, o quale idea possa farsene. Ma dopo tutto, vorrei ribadire che questo non è un posto per fare "Proclami". Spero che, dopo aver spiegato le diverse questioni, tutto diventi più chiaro. Credo che per ora ottenere contributi intellettuali e osservazioni sul fenomeno possa essere già di per sé un grande passo e un modo per riprendere ad osservare una questione che, ripeto, non è appannaggio dei soli accademici che si occupano di “ramo” , ma è qualcosa che ci riguarda molto da vicino, da come ci comportiamo, esprimiamo (o non esprimiamo), comunichiamo e scriviamo ogni giorno.

Prendete questo scritto e quelli che seguono non come una critica decadente, ma come un'idea per un nuovo inizio.

Nay, come, let’s go together.


 






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