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Cosa sappiamo (adesso) della Bielorussia - Le Ombre del Passato

È sbagliato fare un parallelo tra quanto sta accadendo ed i fatti di Kiev. In Ucraina la gente ha combattuto per l'indipendenza. Il sentimento antirusso è stato il fattore scatenante della Rivoluzione Arancione del 2004 e della rivolta di Majdan del 2014. Questa protesta ha un aspetto totalmente diverso, puramente materiale. È una rivolta del pane. L'idea di libertà e indipendenza in Bielorussia non è così forte come in Ucraina.

(da un'intervista di Rosalba Castelletti al Premio Nobel Svjatlana Aleksievič, apparsa sul quotidiano “La Repubblica” il 26 marzo 2016)

Un poster mostra i simboli della campagna dell'opposizione unita del 2020 in Bielorussia:(«amiamo, possiamo, vinceremo»). La parola "Вместе" significa "Insieme" Crediti: Wikimedia Commons

Bentornati, Amici miei

Questo sarà il terzo e ultimo articolo riguardante la Bielorussia, non che smetteremo di occuparcene del tutto, ma qui vorrei concludere il percorso storico che ci ha portato ai giorni nostri e aggiungere alcune riflessioni forse da sviluppare più ampiamente in articoli specifici: come avrete capito, quando si parla dei paesi dell'ex Blocco Sovietico, niente è così semplice come appare dall'esterno.

Nell'articolo precedente abbiamo descritto l'ascesa al potere di Lukashenko e come ha governato senza troppi problemi fino al 2010, anno in cui ha cominciato a manifestarsi un movimento di opposizione sempre più forte, ma che egli è sempre riuscito a reprimere, sia attraverso sporchi (e violenti) metodi, ma anche grazie al consenso del quale ha continuato a godere presso una certa parte della popolazione.

Dunque cosa è cambiato questa volta?

La risposta a questa domanda ha ovviamente molteplici sfaccettature, ma possiamo facilmente partire da quella più immediatamente evidente: la disastrosa gestione della pandemia da SARS-COV2. Il 16 marzo, mentre il virus si era diffuso in mezzo mondo, Lukashenko, intervistato dal Moscow Times, ha minimizzato il potenziale pericolo rappresentato dalla diffusione del virus e ha incoraggiato la popolazione a “guidare trattori e lavorare nei campi […] i trattori guariscono tutto, il lavoro nei campi guarisce di tutto“(!), asserendo che giocare a Hokey è “migliore della terapia antivirale” e proponendo di “avvelenare“ il virus con Vodka e Saune.

Ad oggi, le stime ufficiali danno 77.289 infetti e 813 morti, ma, come abbiamo già detto, il Governo bielorusso non è molto avvezzo alla trasparenza, anzi, il 22 luglio, il presidente della Commissione Elettorale Centrale della Bielorussia, Lidia Yermoshina, ha annunciato una forte limitazione al numero di osservatori elettorali per motivi epidemiologici (di un'epidemia che, secondo il suo governo, non esiste).

Il regime non ha avuto remore a usare la pandemia come scusa per aumentare il proprio controllo sulla popolazione: Sergey Lazar, capo del Vitbesk Clinical Emergency Hospital è stato rimosso il 30 aprile, poco dopo aver criticato pubblicamente il governo per le scarse contromisure contro la pandemia e la mancanza di materiale medico protettivo adeguato per i medici. Il 25 marzo precedente, il caporedattore del quotidiano online Yezhednevhik era stato arrestato con l'accusa di aver preso tangenti, tre giorni dopo un articolo che criticava aspramente il governo bielorusso e la sua reazione alla diffusione del virus. L'11 maggio, due giovani attivisti del Blocco giovanile (Молодёжный Блок) sono stati condannati rispettivamente a 13 e 5 giorni di detenzione amministrativa per aver partecipato alle proteste che chiedevano l'annullamento della parata del Giorno della Vittoria il 9 maggio, per evitare che il contagio si diffondesse all'interno del gigantesco raduno.

Youth Bloc activists marching with a coffin alongside the military column during the 9 May Victory Day Parade rehearsal.

Quando finiscono i soldi, salta fuori il Patriottismo

(Anonimo, riportato in "Tempo di Seconda Mano" di Svjatlana Aleksievič)

"E quando il Patriottismo finisce, vengono fuori i reparti antisommossa", potrei aggiungere. Come abbiamo affermato in precedenza, il regime di Lukashenko è sopravvissuto per 26 anni grazie a tre fattori: il mantenimento di una forte rete di "stato sociale" (ma nella versione sovietica, non pensare a qualcosa come la socialdemocrazia), il forte legame con l'ideologia e la simbologia dell'URSS e, infine, un apparato di sicurezza interna forte, fedele ed efficiente.

Ma se possiamo imparare qualcosa dalla storia della Bielorussa, è che è impossibile, per quanto ci si sforzi, mantenere un paese "Fuori dal Tempo" in questo modo.

Lo stato sociale bielorusso ha iniziato a collassare già nel 2015, quando il governo è stato costretto a ridurre i sussidi e a tassare i disoccupati - definiti come "parassiti sociali" (!), rendendo il regime molto meno popolare sotto questo aspetto; Il Patriottismo, nell'immagine dura e pura del Presidente, ha cominciato a vacillare quando lui stesso ha cercato di attuare quello che viene chiamato "multivettorialismo" in politica estera (o mettere il piede in due scarpe): la visita, il 26 febbraio, del Segretario di Stato Americano Mike Pompeo non deve essere piaciuta a coloro che sono stati educati a credere che l'Occidente stia costantemente cospirando per distruggere il loro paese. Lo stesso motivo è alla base del rifiuto di Lukashenko di quasi tutti gli aiuti economici dall'estero, che prevedevano clausole come misure di lockdown e di limitazione del contagio (cosa che avrebbero costretto il governo a "fare marcia indietro" sulle sue precedenti dichiarazioni). Cosa resta allora?

Un manifestante tiene in mano una vecchia bandiera nazionale Bielorussa mentre si trova di fronte alla linea di polizia durante una manifestazione dopo le elezioni presidenziali bielorusse a Minsk, la capitale, domenica 9 agosto 2020. Polizia e manifestanti si sono scontrati nella capitale della Bielorussia e nella grande città di Brest domenica dopo le elezioni presidenziali in cui il leader autoritario che ha governato per un quarto di secolo ha cercato un sesto mandato. (AP Photo / Sergei Grits)

Esatto: i reparti dell'Apparato di Sicurezza (OMON - Отряд Мобильный Особого Назначения, Unità Mobile Speciale della Polizia), entrati in azione subito dopo la dichiarazione della vittoria di Lukashenko (e anche prima, con l'incarcerazione e l'intimidazione dei membri dell'opposizione, questa volta decisamente più convinti di una possibile vittoria, o comunque di poter portare Lukashenko al tavolo delle trattative, senza essere del tutto ignorati), che hanno arrestato più di 3000 persone in tutto il paese e ci hanno fatto assistere alle varie brutalità di cui sono capaci contro i manifestanti disarmati.

Sviatlana Tsikhanouskaya in una manifestazione a Vitebsk il 24 luglio 2020

La candidata unitaria dell'opposizione Svetlana Tikhanovskaya, che ha assunto la guida del fronte antigovernativo dopo l'arresto del marito, il popolare youtuber e attivista Sergei Tikhanovsky, è stata costretta, dopo diverse minacce dirette contro di lei e la sua famiglia, a riparare in Lituania, e da lì in Polonia.

Da lì, l'attivista bielorussa ha chiesto, ed ottenuto, che la sua vittoria alle elezioni fosse riconosciuta dai paesi dell'Unione Europea, che, sotto la pressione del Parlamento Lituano, hanno risposto alle violenze di Lukashenko imponendo sanzioni economiche alla Bielorussia e riconoscendo la Tsikhanouskaya "come leader eletto del popolo bielorusso" ed il "Consiglio di Coordinamento per la Transizione del Potere" recentemente istituito come "unici rappresentanti legittimi del popolo bielorusso". La risoluzione dichiara inoltre che Lukashenko è un "leader illegittimo".

Dall'altro lato, è tornata invece a farsi sentire la presenza della Russia di Vladimir Putin, che, pur non avendo molta simpatia per Lukashenko, deve cercare di trarre il meglio da una brutta situazione per preservare i suoi interessi strategici nell'area: il Cremlino osserva pazientemente l'evoluzione della situazione, e per il momento si è limitato a riconoscere la vittoria al Presidente uscente, con qualche vaga promessa di aiuto in caso di “violenza eccessiva”, ma niente di più.

E dunque, cosa dobbiamo aspettarci da ora in poi?

Lukashenko è ancora al suo posto, nonostante le proteste nel Paese che vanno avanti ormai da 7 settimane e non accennano a fermarsi. Il Consiglio di Coordinamento, da Varsavia, ha avviato “le procedure per un trasferimento pacifico dei poteri”, ma a differenza del governo bielorusso in carica, non ha mezzi per garantire che ciò avvenga (cioè non ha Forze Armate), mentre nel paese la repressione continua con un livello sempre crescente di violenze e abusi contro i manifestanti.

La situazione di fatto in stallo: Lukashenko non sembra intenzionato a fuggire come Yanukovich (anche perché non è certo che ci sia qualcuno disposto ad accoglierlo, nemmeno a Mosca), ma quanto tempo saprà resistere in questa tempesta? Quanto tempo passerà prima che non sia più in grado di assicurarsi la lealtà dell'Apparato di Sicurezza?

D'altronde il “Governo in esilio” non ha nessuno che sia in grado di forzare la mano per aiutarlo nel “passaggio istituzionale” con qualcosa in più che parole: non gli Stati Uniti, non certo l'Unione Europea. Come ha giustamente affermato il premio Nobel per la Letteratura Svyatlana Aleksevic “questa non è Majdan”: la Bielorussia non ha interesse a guardare all'Occidente, anzi, anche il leader dell'opposizione Tsikhanouskaya ha rassicurato sul mantenimento di buoni rapporti con Mosca, anche dopo l'eventuale caduta di Lukashenko.

Ovviamente, anche uno scenario simile a quello dell'annessione della Crimea, come ipotizzato da alcuni, è impensabile: l'establishment russo non ha intenzione di farsi coinvolgere in una guerra che di fatto non porterebbe loro altro che una maggiore “cattiva reputazione” ed altro isolamento internazionale .

Vladimir Putin a colloquio con Alexander Lukashenko a Sochi, venuto in Russia in visita di lavoro. 7 Febbraio 2020 Foto: kremlin.ru

Tuttavia, c'è la possibilità che “IL Convitato di Pietra” rappresentato dalla Russia possa essere proprio quel fattore che sbloccherà la situazione: se Vladimir Putin ed i suoi colleghi trovassero un modo per placare le proteste salvando la maggior parte di ciò che resta del trentennale sistema bielorusso, Lukashenko dovrà smetterla con i suoi tentativi di “multilateralismo” e diventerà de facto un burattino nelle mani di Mosca; se invece i russi decidessero di dare una “piccola spinta” al regime e aiutare il Consiglio di Coordinamento, potrebbero approfittare dei cambiamenti economici che questo dovrebbe (teoricamente) portare, per entrare nel nuovo mercato bielorusso e prendersi quelle risorse strategiche, fino ad ora saldamente, nelle mani del governo di Lukashenko.

Ma come al solito, fare previsioni è un mestiere da astrologi. Per il momento spero di aver chiarito la situazione al meglio delle mie capacità a chi fosse interessato a conoscerla meglio, ed a capire cosa sta realmente accadendo in un paese lontano e ritornato sul "Sentiero della Storia" solo di recente. Per il momento, purtroppo, non ci resta che fare attenzione ai movimenti all'orizzonte, e cercare di farci un'idea con quello che abbiamo a disposizione, ma senza mai distogliere troppo lo sguardo.

Per qualsiasi domanda e discussione, sono a disposizione, trovate i contatti nella pagina apposita.

Nay, come, let’s go together.

Quello che (non) sappiamo sulla Bielorussia - L'Ultima Dittatura in Europa

"Ci stiamo congedando dall'epoca sovietica. Che è come dire: dalla nostra stessa vita."

Svjatlana Aleksievič, (Incipit di “Tempo di Seconda Mano“, 2013)

Emblema Nazionale della Repubblica di Bielorussia

Eccoci di nuovo qui, per cercare di capire l'evoluzione storica della Bielorussia, dalla sua indipendenza nel 1991, fino a quanto sta accadendo negli ultimi mesi: per farlo è impossibile non mettere in parallelo il cammino del Paese con la figura del suo presidente : Alexander Grigoryevich Lukashenko.

Le prime elezioni presidenziali libere si sono svolte in Bielorussia il 23 giugno 1994, con un secondo turno di scrutinio il 10 luglio: ed hanno visto la vittoria di Lukashenko, contro il presidente uscente Vyacheslav Kebich, con una soglia di preferenze superiore all'80%.

Ma chi era stao Lukashenko fino ad allora?

Classe 1954, la sua carriera prima come soldato e poi come membro del PCUS non fu diversa da quella dei tanti Apparatiki che formavano la spina dorsale della burocrazia sovietica. Le cose cambiano nel 1990, quando per la prima volta viene eletto Deputato al Soviet Supremo di Bielorussia: da quella carica all'interno della nuova amministrazione, ora de facto ndipendente, egli, attraverso la sua eloquente retorica populista anticorruzione, riuscì a guadagnarsi una posizione ad interim come Presidente della Commissione anticorruzione del Parlamento Bielorusso.

Da quella posizione, cominciò ad accusare 70 ufficiali governativi di alto rango e molti altri funzionari, tra cui il presidente Stanislav Shushkevich e il Capo del Soviet supremo Vyacheslav Kebich di appropriazione indebita di fondi statali per uso personale: nonostante le accuse si rivelarono completamente infondate, Shushkevich si dimise per l'imbarazzo, lasciando Kebich a confrontarsi con lo stesso Lukashenko, che a quel punto non aveva più altri veri avversari nella sua ascesa al potere.

"Quello che è successo oggi è stato una sensazione solo per coloro che si sono rifiutati di affrontare la verità sul nostro paese [...] I poveri e gli indigenti per la prima volta hanno avuto la possibilità di eleggere qualcuno come loro a questo posto supremo, il popolo ha parlato" dichiarò Lukashenko dopo la sua vittoria. Dopo la separazione dall'Unione Sovietica, la Bielorussia era infatti in uno stato di collasso economico e sociale: sebbene Lukashenko non avesse alcun tipo di programma di riforma economica o profonda dello Stato, riuscì a vincere cavalcando la rabbia crescente contro i "politici" all'interno del paese.

Come spesso accade in questi casi, non ci volle molto perché il nuovo presidente rivelasse il suo vero volto: due referendum, svoltisi nel 1995 e nel 1996, gli diedero il potere di sciogliere il Parlamento per decreto, e, dopo la crisi economica del 1998, che frantumò l'economia della Federazione Russa cosi come quella bielorussa, visto lo stretto legame tra i due paesi, Lukashenko ne approfittò per estendere il suo potere alla Banca Centrale della Bielorussia, che fu nazionalizzata e posta sotto il diretto controllo dei suoi lealisti, accusando i Paesi Occidentali di aver escogitato un complotto per sabotare il suo governo e quello della Russia.

Aleksandr Lukashenko con Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa, dopo che il primo era appena stato rieletto Presidente della Bielorussia, Maggio 2002

Dopo essere stato riconfermato per un secondo mandato alle elezioni del 2001, anche grazie alle concessioni fatte alla Federazione Russa di Vladimir Putin (anch'egli eletto, nel 2000, per acclamazione popolare, come barriera contro il terrorismo ceceno e la corruzione dell'amministrazione di Boris Eltsin, che si era dimesso il 31 dicembre 1999), dando di fatto ai russi il controllo sullo strategico oleodotto "Yamal - Europa".

Il crescente isolamento dal resto d'Europa e la sempre maggiore dipendenza dalla Russia portarono il regime di Lukashenko a reagire ferocemente contro l'opposizione interna, che nel frattempo aveva cominciato a crescere sempre di più. Ovviamente all'interno del Paese il consenso per il presidente esisteva ed esiste ancora: la sua mossa più appropriata in tal senso, almeno in un primo tempo, è stata quella di evitare il passaggio diretto all'economia di mercato (come accadde in Russia durante la presidenza Eltsin) e, negli anni, mantenere intatto il “welfare state bielorusso”, cioè un misto di clientelismo e manovre finalizzate a comprare il consenso di alcune parti dell'elettorato.

In preparazione alla tornata elettorale del 2006, vari gruppi politici hanno iniziato a organizzare proteste di vario genere, come “La Giornata della Solidarietà con la Bielorussia”, svoltasi il 16 ottobre 2005 da un'idea della giornalista Irina Chalip e di altre organizzazioni pro-democratiche, come "We Remember" ed il movimento giovanile "Zubr": gli organizzatori volevano che il resto del mondo si solidarizzasse "con i prigionieri politici bielorussi, le persone scomparse Jury Zacharanka, Viktar Hančar, Anatol Krasoŭski e Dźmitry Zavadski, le loro famiglie e altri sostenitori della transizione alla democrazia rappresentativa e all'economia di mercato in Bielorussia."

“Spegniamo tutti insieme la luce nei nostri appartamenti per diversi minuti la sera del 16 ottobre e mettiamo candele accese alle finestre. Dovremmo immaginare una Bielorussia in cui potremmo vivere. Forse tutto deve iniziare da questo. Città buie, finestre buie, dove si vedono solo le ombre di candele accese: questo potrebbe diventare uno specchio per farci vedere che siamo davvero tanti!" (Irina Chalip)

Quando nel 2006 i diversi partiti trovarono un solo candidato, Aleksander Milinkevich, da presentare contro Lukashenko alle elezioni presidenziali, lui non la prese molto bene ed affermò che "a chiunque avesse partecipato alle proteste dell'opposizione, avrebbe torto il collo 'come si fa con le anatre'“. Paura e violenza diedero a Lukashenko la possibilità di “trionfare” ancora una volta alle elezioni con l'80% dei voti, nonostante l'opposizione fosse al massimo del suo potenziale e fosse riuscita a portare avanti le proteste per diversi giorni in tutto il Paese. Come spiega il rapporto OCSE:

Poster del documentario del 2006 “Lekcja białoruskiego"(Una lezione di Bielorusso) del regista polacco Miroslaw Dembinski, che descrive le violenze avvenute durante le proteste del 2005-2006

[Lukashenko] "Ha permesso che l'autorità dello Stato fosse usata in modo da non permettere ai cittadini di esprimere liberamente ed equamente la loro volontà alle urne ... un modello di intimidazione e soppressione delle voci indipendenti ... era evidente durante tutta la campagna".

Con le elezioni parlamentari del Settembre 2008, la violenza fù sostituita da un deliberato “intralcio burocratico” ai membri dei partiti di opposizione (altra “idea” suggerita probabilmente da Mosca), in modo che non potessero ottenere nessuno dei 110 seggi del Parlamento, trovandosi così tagliati fuori dalla vita politica del Paese: il commento di Lukashenko è stato, come al solito, che l'opposizione era eterodiretta dall'estero, e che era quindi giusto restasse fuori dalle istituzioni.

“L'Occidente cerca il dialogo con Lukashenko, ma è inaffidabile. Flirta con l'Europa solo quando vuole intimidire e ricattare Putin per estorcergli denaro. Ed è assolutamente incapace di guardare all'Occidente. Se qualcuno lo farà, sarà un leader più giovane, ma temo che non ci sarà alcun cambio della guardia incruento in Bielorussia".

(da un'intervista di Rosalba Castelletti al Premio Nobel Svjatlana Aleksievič, apparsa sul quotidiano “La Repubblica” il 26 marzo 2016)

Il quarto (2010-2015) ed il quinto (2015-2020) mandato presidenziale di Lukashenko furono egualmente forieri di violenza, intimidazione e "trucchi elettorali". Nel 2010, due candidati dell'opposizione vennero duramente picchiati dalla polizia e, dopo le proteste davanti al Parlamento, molti altri furono incarcerati per far in modo che non si presentassero alle elezioni: Andrei Sannikov, Alexander Otroschenkov, Ales Michalevic, Mikola Statkevich e Uladzimir Nyaklyayew. La giornalista Irina Chalip, fù posta agli arresti domiciliari. Anche il leader del partito di Yaraslau Ramanchuk, Anatoly Lebedko, venne arrestato. Nonostante il successivo rilascio dei prigionieri politici, le elezioni per il quinto mandato di Lukashenko seguirono sostanzialmente lo stesso percorso.

Le Forze di Polizia Speciali (OMON) circondano i manifestanti a Minsk nel 2006. Oltre 40.000 hanno marciato contro i Palazzi del Governo bielorusso, gridando "Fuori!" e "Lunga vita alla Bielorussia!"

Ma qualcosa era cambiato in quegli anni.

La situazione internazionale non era più la stessa che aveva caratterizzato il primo decennio del 2000: i problemi interni della Russia si riverberavano sulla Bielorussia, e così Lukashenko cercò di avvicinarsi ai Paesi Occidentali, in particolare all'Unione Europea, una manovra che oltre a fallire nei suoi scopi, suscitò il ire del Cremlino, che cominciò a esercitare pressioni sempre maggiori sulla Bielorussia e sul suo presidente, attraverso quello che ora viene chiamato "Soft Power", e che in russo si traduce come "Minacce Velate" o "Pugnalate alle Spalle". In secondo luogo, la Rivoluzione delle Rose in Georgia nel 2003 e la Rivoluzione Arancione in Ucraina nel 2004 avevano dimostrato (con successivi destini alternati, ma questa è un'altra storia) che nessuno era "intoccabile", come a diversi "Presidenti a Vita" stabilitisi al potere in vari paesi post-sovietici piaceva pensare.

I vecchi slogan fanno più presa, soprattutto nelle grandi città (ma ancora molto nelle campagne); chi doveva scacciare i corrotti e gli oppressori era diventato a sua volta oppressore e corrotto; la decisione di mantenere un'economia modellata sul precedente modello sovietico si era rivelata una trappola che aveva bloccato lo sviluppo del Paese; gli alleati storici non potevano più sopportare Lukashenko, e trovarne di nuovi mantenendo invariato il regime era impossibile.

Come altri leader post-sovietici prima e dopo di lui, Lukashenko si era fatto strada verso il potere attraverso la rabbia e il risentimento, ed ha intrappolato se stesso ed i suoi cittadini in un paese "Fuori dal Tempo", finché la Storia non ha iniziato a muoversi contro di lui. Questo ovviamente non vuol dire che il suo regime sia necessariamente giunto al termine, ma che ci sono le condizioni per un cambiamento ai vertici. La domanda che potremmo porci è se tutto questo sarà positivo: ricordiamo che Lukashenko stesso è salito al potere. promettendo di cacciare i corrotti e porre fine agli abusi delle autorità.

Arriviamo così ai giorni nostri, e ai mesi appena trascorsi, in cui Lukashenko è stato riconfermato per un sesto mandato nel solito modo. Questa volta, però, le cose sono andate molto più storte di quanto previsto, ma ne parleremo nell'articolo finale.

Quindi grazie per la vostra attenzione e alla prossima volta.

Quel che (non) sappiamo sulla Bielorussia - La Terra Portata Via

“Вораг польскі і рускі
Шчыра множыў курганы, –
Не было Беларусі,
Толькі быў “Край забраны”*

(Da "Cronache" di Yanka Kupala, poeta, scrittore e drammaturgo bielorusso, 1928)

Questa mappa mostra come l'Impero Tedesco immaginava di rimodellare l'Europa dopo la vittoria nella prima guerra mondiale: come potete vedere, esso include almeno la metà del territorio bielorusso.

*La versione italiana suona più o meno così: "Il nemico è Polacco e Russo / senza rimorso ha moltiplicato i tumuli / Non c'era più la Bielorusssia / Ma solo la Terra Portata Via Qui "Шчыра (sinceramente)" deve esssere inteso come "a cuor leggero“, “senza rimorso". Grazie a Yulia per avermi aiutato a comprendere il significato che questa espressione può avere nelle lingue slave.

Bentornati su Unpredictablepast.com,

Questa settimana vorrei introdurre brevemente un argomento a cui sono molto legato per via dei miei studi sullo sviluppo dei paesi che facevano parte dell'Unione Sovietica, dopo il suo scioglimento nel 1991. In questo articolo approfitteremo dei recenti eventi per introdurre un argomento più generale, magari da sviluppare in una sezione speciale.

n queste settimane siamo stati letteralmente sommersi dalle notizie sulla Bielorussia, a causa delle sue elezioni "opache", per usare un eufemismo, delle proteste che sono scoppiate e della repressione che ne è seguita. Dato che l'Italia ha una comunità moderata di immigrati provenienti da quel Paese, mi è stato spesso chiesto cosa stava succedendo, da persone che hanno visto colleghi e amici preoccupati senza capirne appieno le ragioni: da qui forse possono farsi un'idea.

Per comodità partiremo da un periodo storico preciso e finiremo in un altro: il primo è quello che va dal 3 dicembre 1918 al 10 dicembre dello stesso anno, l'altro va dal 27 luglio 1990 al 25 giugno 1991

In quei giorni, dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale, la Germania abbandonò i progetti e gli interessi che aveva nell'area baltica, parte del più ampio “Progetto Mitteleuropa” (per la precisione, non quello teorizzato nel 1915 da Friedrich Naumann nel suo saggio omonimo, ma la sua versione “sciovinista”, come ben spiegato qui dal Professor Maciej Gorny)

Dopo aver ritirato le proprie forze di occupazione il 3, i tedeschi crearono un vuoto di potere, in cui l'Armata Rossa è entrata con le sue truppe: il 10 i soldati sovietici occuparono Minsk e, agli ordini del Soviet Supremo, esiliarono la Rada (il Consiglio) di quella che fino ad allora era conosciuta come Repubblica Popolare Bielorussa.

Il 2 gennaio 1919 venne creata la provvisoria Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, che poi sarà smantellata il 17 febbraio dello stesso anno: in parte per essere incorporata nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR, cioè l'entità statale che aveva soppiantato la vecchio Impero Russo ed era ora sotto il controllo dei Bolscevichi) e in parte unita alla Repubblica Socialista Sovietica di Lituania (creata il 16 dicembre 1918) per formare la LitBel, ovvero la Repubblica Socialista Sovietica Lituano-Bielorussa, con capitale stabilita a Vilnius.

Ma durante quel caotico dopoguerra, le entità statali dell'Europa Orientale sorgevano e cadevano molto rapidamente: fu lo stesso Lenin a sciogliere la LitBet quando, all'inizio della Guerra Polacco-Sovietica (14 febbraio 1919 - 18 ottobre 1920), le truppe polacche entrarono in Bielorussia e conquistarono prima Vilnius e poi Minsk, capitale provvisoriamente eletta dello stato fantoccio sovietico durante la guerra.

Ma la questione non era certo finita.

Il nuovo Stato polacco, esaltato dalla vittoria e ora alleato della Repubblica Popolare Ucraina, cercò di fare un ulteriore passo in avanti: con la cosiddetta Offensiva di Kiev, che mirava a riprendere i territori ucraini passati sotto il controllo sovietico. Tuttavia, gli eserciti dei due paesi non erano preparati ad affrontare una guerra del genere, e nel giugno 1920 il contrattacco dell'Armata Rossa travolse le forze Ucraino-Polacche, respingendole fino alle porte di Varsavia, riprendendosi sia Kiev che Minsk.

Il 31 luglio 1920 fu nuovamente costituita la Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia e il 15 marzo 1923 la Società delle Nazioni riconobbe i confini Sovietici e Polacchi, stabiliti dal trattato di Riga del 1921.

In questa foto iconica scattata nel 1920, Vladimir Lenin, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (ovvero Primo Ministro) della SFSR Russa, pronuncia un discorso per motivare le truppe a combattere nella Guerra Sovietico-Polacca.
La situzione territoriale nel 1920, prima del Trattato di Riga.
Questa caricatura del 1921 mostra la divisione della Bielorussia tra la Polonia e l'Unione Sovietica.

Sebbene la nuova Bielorussia fosse entrata a far parte delle "Repubbliche Fondatrici" dell'URSS, cosa che diede origine a un certo risveglio culturale (secondo un'idea di Stalin, ma sarà bene scrivere separatamente su questo argomento molto complesso), che coinvolse poeti come Jakub Kolas e Yanka Kupala, insieme ad una rivitalizzazione delle minoranze culturali del Paese (che durante la guerra avevano formato una sorta di “Quinta Colonna” a favore dei Sovietici),

il Paese non fu risparmiato dal Grande Terrore (Большой террор), ovvero dalle famigerate "Purghe" compiute da Mosca contro i dissidenti interni: la maggior parte dell'intellighenzia bielorussa fu uccisa o deportata nelle regioni asiatiche, mentre i polacchi che rimasero nei territori dell'Unione Sovietica vennero sterminati dall'NKVD (Нароядный комиссариаят внуятренних дел, Commissariato del Popolo per gli Affari Interni), etichettati come "spie" o "agenti" controrivoluzionari, come stabilito nell'ordinanza NKVD n. 00485. Lo stesso trattamento fu riservato alla popolazione russofona che si era trovata a far parte del nuovo stato Polacco.

Nonostante questo trattamento, quando la Germania Nazista invase l'Unione Sovietica il 22 giugno 1941, in Bielorussia sorse immediatamente un forte movimento di resistenza che combatté i tedeschi con ogni mezzo, diventando una delle spine al fianco degli invasori, che tentarono di ogni modo per infiltrarlo o indebolirne la forza con uccisioni di massa.

Le atrocità contro i civili furono innumerevoli: nel villaggio di Katyn, vicino a Minsk, 147 persone, tra cui 75 bambini, vennero bruciate vive e finite a colpi di mitragliatrice (il luogo è diventato emblematico delle violenze contro la popolazione civile dei villaggi bielorussi); la popolazione ebraica che viveva in Bielorussia fu spazzata via dall'Olocausto e non si è mai più ripresa. Durante la guerra la Bielorussia perse un quarto della sua popolazione, con oltre 9000 villaggi incendiati e 1,2 milioni di case ed edifici distrutti, compresi quelli delle due principali città, Minsk e Vitsebsk, che perdettero l'80% delle proprie case e infrastrutture.

Il periodo della ricostruzione del dopoguerra fu particolarmente difficile, vista la totale distruzione dell'economia del Paese. L'Unione Sovietica si assunse il compito di rimetterla in piedi ed in pochi anni la Bielorussia divenne uno dei principali centri manifatturieri del Blocco Orientale. Ma tutto questo ebbe un costo: il controllo del Governo Centrale sulla regione divenne praticamente assoluto, e la massiccia immigrazione forzata della popolazione russa (con la relativa “russificazione” della lingua e della cultura) verso quei territori portò alla fine la società bielorussa tradizionale, basata principalmente sull'agricoltura, e di fatto rese il paese un'appendice della Russia, piuttosto che una repubblica a sé stante.

Non sorprende quindi che l'unico evento degno di nota negli anni della Guerra Fredda sia stata un'altra tragedia: il disastro provocato dall'esplosione della centrale nucleare di Chernobyl il 26 aprile 1986. Nonostante quei tragici eventi siano associati, non senza ragione, all'Ucraina, la Centrale si trovava vicino a quello che ora è il confine di quel paese con la Bielorussia, che venne completamente investita dalle conseguenze dell'esplosione. Si stima che il 60% della ricaduta radioattiva abbia colpito il territorio bielorusso, che ha subito la contaminazione di 50.000 km quadrati (un quarto del territorio totale) e di 2,2 milioni di persone (un quinto della popolazione dell'epoca) le quali necessitano ancora di un monitoraggio continuo delle radiazioni. L'incidenza di cancro alla tiroide nei bambini aumentò di quindici volte nei quattro anni successivi all'incidente.

Proteste di massa a Minsk contro le politiche delle autorità centrali Sovietiche nell'Aprile del 1991

Quattro anni dopo, quando l'Unione Sovietica iniziò a implodere, la Bielorussia fu uno dei primi paesi a sfruttare la debolezza del Governo Centrale per riprendersi l'indipendenza: il 27 luglio 1990, le autorità dichiararono la loro sovranità nazionale, e Stanislav Shushkevich divenne il Segretario del Soviet supremo bielorusso. Il 25 agosto 1991, dopo il fallito colpo di stato sovietico a Mosca, la Bielorussia si dichiarò completamente indipendente dall'URSS, e l'8 dicembre dello stesso anno Shushkevich, insieme a Leonid Kravchuk in rappresentanza dell'Ucraina e Boris Eltsin in rappresentanza della Russia, firmò il “Trattato di Belovezhskaya Pushcha” che sancì la fine dell'URSS e la nascita della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti).

Ma la storia prende spesso strade strane e, sfuggiti alla dittatura del PCUS, i bielorussi, nelle prime libere elezioni tenutesi nel 1994, elessero come presidente una figura della vecchia Nomenklatura Sovietica, che, grazie al suo atteggiamento da ex- militae, speravano si facesse carico di spazzare via la dilagante corruzione del Paese, l'ultima avvelenata eredità del periodo Sovietico.

Il suo nome era Alexander Grigoryevich Lukashenko.

Ed è qui che la nostra storia finisce e inizia. Riprenderemo la prossima settimana con quello che è successo dal '94 in poi, e questo ci porterà ai giorni nostri e a ciò che sta accadendo. Cercherò, per quanto possibile, di chiarire un'altra questione molto importante, non specifica della Bielorussia ma diffusa in quasi tutte le ex repubbliche dell'Unione Sovietica: il rapporto tra la popolazione, lo Stato e la figura (autoritaria) del "Presidente".

Spero che vi siate fatti un'idea generale del contesto di cui ci stiamo occupando, in quanto non è facile esprimere la complessità di alcune situazioni con un breve riassunto: se avete domande o dubbi, sono a vostra disposizione per rispondere, non esitare a contattarmi.

Nay, come, let’s go together.

La Democrazia sotto Pressione Sociale

“[…] E tutti dovranno perdere la testa, tutti! Prima è, meglio è! È essenziale, lo so. " (E. Zamyatin, "Noi", 1924)

(La sede del Partito Nazionale Fascista di Mussolini, 1934, Roma, Albert Harlingue, Gettyimages)

Definizioni e Realtà

Nell'ultimo mese abbiamo parlato delle parole, del loro uso fraudolento e della loro influenza sulla nostra vita. Abbiamo anche parlato del desiderio umano di far parte di qualcosa di più grande e di quanti regimi totalitari nella storia non hanno fatto altro che offrire questa possibilità a milioni di persone. In questo breve intermezzo vorrei porre una domanda che in parte riguarda ciò di cui abbiamo discusso.

La domanda che vorrei porre è ispirata alla situazione politica e sociale italiana, ma questo non significa che possa essere meno valida per chi vive in altri Paesi, dove è presente una situazione simile. La domanda è:

Se un Paese dove l'abuso del linguaggio ha portato a una situazione di pressione sociale tale da mettere in discussione la libertà di espressione, senza l'uso di mezzi coercitivi reali, ma solo attraverso forti pressioni sociali, può ancora quel Paese definirsi una democrazia?

La prima risposta che darei, se mi venisse chiesto, sarebbe semplice: “Il voto è segreto, quindi dov'è il problema? Nessuno saprebbe mai se dici che voti X e poi invece voti Y ”. Come recita un vecchio slogan anticomunista della Democrazia Cristiana negli anni del dopoguerra: "Nel segreto dell'urna, Dio ti vede, Stalin no".

E questa è una buona osservazione. Quasi.

Ma consideriamo l'intera faccenda da una prospettiva più ampia.

Pensiamo a cosa si crea nel tempo precedente al momento in cui si entra in quella cabina. Abbiamo parlato dell'insincerità del linguaggio politico e della confusione che crea quando si diffonde tra la società civile: come può essere cosciente un cittadino, nel momento in cui esercita il suo diritto sotto questa forma di "autoipnosi", al quale società, media, partiti, colleghi, amici, famiglia lo sottopongono? Quanta pressione sociale può sopportare l'individuo medio? E quanta le istituzioni democratiche?

La propaganda elettorale è sempre stata parte del gioco, da quando esiste la politica.

Ma in questo caso si parla di confusione causata di proposito. Fino a che punto, svuotare una parola (o, meglio, molte parole) del loro Significato, può minare le istituzioni democratiche al punto da non poter più essere considerate tali?

Democrazia deriva dal greco (δημοκρατία, dēmokratiā, da dēmos "popolo" e kratos "potere") e, nel corso dei secoli, la sua teoria politica si è sviluppata fino al nostro concetto di Democrazia Liberale, con il bilanciamento dei poteri, lo stato di diritto ed i diritti individuali. Ma il concetto di base rimane: Potere del popolo. E allora cosa succede, se le persone hanno sviluppato e interiorizzato un diverso “Significato” di tutto questo? O peggio, se non ne hanno sviluppato alcuno?

In breve: se il "significato" delle Istituzioni e dei principi democratici di base fosse stato profondamente alterato, potremmo ancora affermare di essere in una Democrazia?

[Ovviamente l'argomento è complesso e sarà sicuramente trattato in ulteriori scritti. Questo breve pezzo ha lo scopo di porre al lettore la stessa domanda che mi pongo da tempo. Sarei davvero felice di sapere quali sono i vostri pensieri al riguardo.]