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Le Elezioni Americane e i pericoli della Democrazia Illiberale

“In cauda venenum”

(Frase latina traucibile con "Il veleno [è] nella coda")

Gruppi di protesta riunitisi al di fuori dei centri di conteggio dei voti negli Stati Uniti

Bentornati amici miei,

Questa settimana è stato impossibile non affrontare in qualche modo le elezioni Americane del 2020, e per quanto mi riguarda vorrei farlo in un modo particolare, esattamente come sono state queste elezioni, che, temo, non siano finite qui. In questo blog ci siamo occupati molto spesso di quei sistemi politici chiamati “Democrazie Illiberali” o “Sistemi ibridi”: una classificazione usata per definire quei paesi in cui esiste una politica autoritaria che per un motivo o per l'altro gode di un forte sostegno popolare. Generalmente troviamo questo sistema nei paesi che facevano parte del blocco sovietico, ma anche in altre realtà in tutto il mondo.

Ma questa volta è diverso: oggi vediamo questo fenomeno all'opera anche all'interno di realtà completamente diverse, con una storia di democrazia importante alle spalle. Questo articolo vuole essere una riflessione sul loro sviluppo e su alcuni dei fattori che portano allo sviluppo di modelli Illiberali anche in Occidente.

Ho deciso di seguire queste elezioni da vicino per una questione "personale": volevo verificare il più fedelmente possibile cosa stesse succedendo negli Stati Uniti e, nei tre giorni di conteggio necessari prima che Joe Biden fosse ufficialmente dichiarato vincitore, è successo un qualcosa che non mi sarei mai aspettato, e probabilmente non solo io.

Il presidente uscente Donald Trump ha annunciato che avrebbe tenuto un discorso, e, a reti unificate, ha dichiarato che le elezioni erano state truccate. è scoppiato il pandemonio. Le televisioni sono state addirittura costrette a interrompere la diretta, non potendo controinterrogare il Presidente sulle sue gravi dichiarazioni, e, ovviamente, temendo che ci fosse una reazione esagerata tra l'elettorato repubblicano.

In pochi minuti la parola “Frode” è stata sulle labbra di mezzo mondo, americani e stranieri, a favore o contro il Presidente Trump. Non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, nemmeno da Trump. Ed è ancora più strano, se penso al mio Paese, l'Italia: qui i politici ed i partiti dichiarano brogli elettorali prima, durante e dopo le elezioni, anche quando le vincono, per non parlare di tutte le volte che qualcuno ha urlato ad un Colpo di Stato in corso, ovviamente senza alcun motivo e, inutile dirlo, senza alcuna prova.

Durante la notte (per noi, in GMT +01) poi, mi sono imbattuto questo ottimo articolo della Professoressa Zeynep Tufekci pubblicato dal quotidiano “The Atlantic”. Nel suo articolo, la professoressa Tufekci evidenzia le “anomalie” della presidenza Trump (nel contesto americano): il suo atteggiamento esagerato da star televisiva, l'uso compulsivo dei social network e le promesse sempre più eclatanti, mai realizzate. Inoltre, non dimentichiamo, idee ben più pericolose, come il suo pesante abuso di prerogative presidenziali, insieme alla diffusione di un'idea di Stato basata sul concetto di "Democrazia Herrenvolk", o meglio sulla sua caratterizzazione etnico-religiosa (in questo caso, WASP), che dovrebbe avere “priorità” sulle minoranze, soprattutto in materia di accesso allo stato sociale e, a sua volta, alle istituzioni.

Nell'articolo si fa poi un confronto con altri leader che la professoressa considera in qualche modo simili a Trump: Bolsonaro in Brasile, Putin in Russia, Orbán in Ungheria ed Erdogan in Turchia. L'avvertimento che viene lanciato attraverso questa breve analisi comparativa è che un futuro politico, più capace, senza gli eccessi grotteschi di Trump, potrebbe essere in grado di riprendere la sua eredità ma senza discredito, portando avanti politiche identiche ma con una "figura pubblica" più istituzionale.

Ed è a questo punto che la questione mi trova al contempo in accordo e in disaccordo.

Mi spiego meglio: il monito che lancia la professoressa Tufekci è sacrosanto, poiché uno dei problemi principali del “fenomeno Trump” sta nell'identificazione con la persona piuttosto che con un progetto politico. Chi lo sostiene, si identifica con lui, e il silenzio (o, peggio, l'appoggio) col quale in questi giorni molti leader repubblicani hanno risposto al suo delirio narcisistico è eloquente, e ci mostra come essi non sappiano come fare per tornare indietro, una volta sostenuto tutti gli abusi commessi in questi anni, e soprattutto come comportarsi con il proprio elettorato, che d'ora in poi difficilmente accetterà qualcuno più “moderato”.

Inoltre, questo non è solo un problema di una parte politica: Biden dovrà, per i prossimi quattro anni, confrontarsi con oltre 70 milioni di elettori che lo considerano un presidente nel migliore dei casi detestabile e abusivo nel peggiore. Nel momento in cui scrivo, Trump non gli ha ancora concesso la vittoria, nonostante i suoi legali vengano rifiutati in tutte le Corti a cui fanno appello.

Ciò comporta due cose: primo ci mette di fronte alla "personalizzazione" che questa campagna elettorale ha avuto (Posso solo votare per Lui vs voterei per tutti tranne Lui), e il fatto che l'ex presidente abbia deciso (lui o chi per lui) di lanciare il suo ultimo "colpo di coda" avvelenato, creando un clima di delegittimazione istituzionale molto pericoloso. Questi due fattori, insieme, sono le chiavi che aprono le porte alla Democrazia Illiberale.

Dov'è il mio disaccordo, allora?

È nei modelli presi ad esempio, che, a mio avviso, sono fortemente decontestualizzati e non riescono a dare un'idea di cosa può accadere all'interno di un sistema democratico. Non prendetelo come una boutade accademica: capire "dove" sta andando il tuo paese può davvero fare la differenza. E non prendetelo nemmeno come una sorta di "previsione", perché sta accadendo proprio ora, mentre state leggendo.

I paesi citati come esempio, più che avere politici intelligenti che vincono le elezioni, hanno tutti in comune un background storicamente antidemocratico. Putin, Bolsonaro, Orban ed Erdogan non sono stati necessariamente “migliori” o più “fortunati” di Trump: sono stati invece in grado di sfruttare quella vena illiberale già presente nella loro società (anche in chi gli si opponeva) per prendere il potere. Ma al contrario, gli Stati Uniti hanno scoperto questa vena di recente, o almeno è diventata evidente quando qualcuno è andato a scavare per estrarla. Con essa, però, è emersa anche un forte movimento di opposizione, che alla fine è riuscito a prevalere.

Purtroppo è mia opinione che i problemi siano appena iniziati.

Ed è qui che torna utile l'esempio dell'Italia: nonostante la completa diversità dei sistemi politici (e la loro "scala"), l'Italia ha avuto e ha (col tempo sempre in misura minore, purtroppo) a suo modo uno spirito democratico, e, sebbene non così forte come negli Stati Uniti, ha resistito per decenni a colpi tremendi, mentre ora è sull'orlo del collasso. Gli Stati Uniti stanno vivendo un fenomeno simile a quello che, per circa vent'anni, attanaglia il mio Paese. Sì, sto parlando di Silvio Berlusconi e della sua eredità. Forse avete sentito parlare di lui (solo in confronto a Trump) o forse no.

In tal caso, un piccolo riassunto può essere utile per capire meglio perché ora ci troviamo in questa situazione. Berlusconi è salito al potere con slogan che oggi si chiamerebbero “anti-enstablishment”: ha rappresentato l'outsider che sfidava un sistema politico sclerotico travolto da scandali di corruzione. Per vent'anni è stato, nel bene e nel male, il protagonista indiscusso della nostra politica nazionale, che fosse al potere o meno. Non diversamente da Trump, trattava la “Cosa Pubblica” come sua proprietà, appariva come uno showman, un istrionico intrattenitore televisivo, un testimonial che doveva vendere un prodotto, che altro non era che il suo Partito. Non ha mai nascosto le sue simpatie verso i regimi illiberali (uno su tutti Vladimir Putin, ma anche Muhammar Gheddafi) e la sua acquiescenza nei confronti dell'estrema destra, di qualsiasi tipo, e lui stesso ha sempre governato ai margini del contesto istituzionale, spingendo i poteri dello Stato a scontrarsi tra loro per interessi personali.

Da parte sua l'opposizione si è limitata a dire ai suoi elettori “non siamo Berlusconi” e poco altro. Vivendo di rendita e riuscendo solo a riunire coalizioni e governi raccogliticci e litigiosi, senza una visione diversa da quella di mandare via l'Uomo Nero e ripristinare il “prestigio nazionale”. Sarà proprio in quegli anni che inizierà a manifestarsi un sentimento sempre più illiberale anche nel campo opposto: tutto era lecito per colpire Lui.

Per due decenni il Paese è stato nettamente diviso in due, e tutta l'attenzione era concentrata sulla figura di Berlusconi.

Quando, alla fine del 2011, è stato costretto a rassegnare le dimissioni per aver portato il Paese sull'orlo della bancarotta nel contesto della Crisi del Debito Europeo, tutti (me compreso) pensavamo che fosse davvero finita. Ci sbagliavamo. Le drastiche misure necessarie per arginare i problemi economici che egli stesso aveva creato negli anni gli hanno permesso di tornare alla ribalta un'ultima volta: le teorie del complotto sulle "interferenze straniere" o un "Golpe Bianco" orchestrate per farlo dimettersi sono diventate parte del dibattito mainstream (in effetti lo erano già, ma non in modo così marcato) e grazie alla promessa di riportare tutto come prima (cioè Make Italy Great Again) era ad un passo dal vincere nuovamente le elezioni. Nei fatti né Berlusconi né il suo partito riuscirono a riguadagnare il ruolo egemonico del passato, ma il clima di continuo confronto è rimasto, come un cancro si era metastatizzato nella società italiana.

Ma il peggio doveva ancora venire.

Nei fatti, Berlusconi era fuori dal gioco politico, ma è stato rapidamente sostituito da eredi molto più aggressivi e antidemocratici. La personalizzazione della politica e la delegittimazione di qualsiasi istituzione avevano aperto le porte a soggetti senza scrupoli, pronti a tutto per entrare nel vuoto del potere. Molto più virulenti e demagogici del loro degno predecessore, ci sono voluti poco più di 5 anni per conquistare l'intero Paese, grazie all'ausilio delle nuove tecnologie e di un "marketing" più virale, basato su fake news (buone, vecchie, bugie) e teorie cospirazioniste.

Anche i media più tradizionali, come giornali e televisioni, non hanno fatto altro che continuare con lo stesso comportamento di prima, ma con nuovi soggetti che rappresentavano la "novità del giorno", contribuendo con la loro stupida "equanimità" a mettere sullo stesso piano dibattito di livello. e sciocchezze cospirazioniste, quando non lasciavano direttamente questi soggetti liberi di parlare a briglia sciolta, senza alcun contraddittorio.

Ad oggi hanno la maggioranza in parlamento e nel Paese, mentre l'opposizione democratica è ridotta a un barlume.

Ora gli Stati Uniti stanno affrontando un problema simile: un Presidente patologicamente narcisista, dopo aver perso le elezioni regolari, ha deciso di avvelenare i pozzi sostenendo che ci sono state brogli elettorali. Ora 70 milioni di suoi sostenitori sono più o meno convinti che il Sistema sia truccato, entrando in empatia con un personaggio che si presenta come vittima di un mondo ingiusto, proprio come loro. Una miscela esplosiva, di cui, osservando ogni giorno ciò che mi circonda, posso già anticipare i risultati.

In una Democrazia, la Società crea le Istituzioni, in una Dittatura, le Istituzioni creano la Società. In una Democrazia Illiberale, la Società è vista come divisa in "Noi e Loro" e le Istituzioni sono utilizzate per aumentare il livello di confronto, necessario per rafforzare le parti coinvolte ei rispettivi elettori. Siate consapevoli che la vera guerra inizia adesso: se gli americani (non solo il presidente, o i politici) non riusciranno a troncare il clima di perenne confronto e delegittimazione, insieme alla personalizzazione della politica, non si troveranno con un altro Trump “più istituzionale", ma con 70 milioni di Trump, narcisisti, bulli e inclini al vittimismo, ed a quel punto diventerà difficile sperare semplicemente che se ne andranno.

In conclusione, la domanda non è se il GOP si stia organizzando o meno per schierare il prossimo Trump, e chi potrebbe essere, la domanda è se possono o meno fare altrimenti. L'altra domanda è cosa si può fare ora per evitare che la stessa situazione si ripeta, e questo è un problema per tutta la società civile americana. Se l'unico scopo di queste elezioni era battere Trump, allora tra quattro anni ne vedremo un altro, e poi un altro, finché il fenomeno non contagerà tutta la politica in un gioco in cui gli elettori diventano semplici "sostenitori" e la competizione democratica non avrà altro scopo della vittoria stessa.

Parafrasando Giorgio Gaber, famoso cantautore italiano: "Non abbiate paura di Trump in se stesso, ma abbiate paura del Trump in voi stessi".

Spero abbiate trovato interessanti queste poche righe, e che vi abbiano fatto capire cosa intendo (ci vorrebbero i libri, ma al momento ci mancano). Un sentito ringraziamento anche a tutti coloro che hanno seguito e commentato con me durante i giorni delle elezioni, e alla professoressa Tufekci per l'ispirazione.

Rimanete vigili. Insieme.